Editoriale

IL SENNO DI NOI

MASSIMO LODI - 21/11/2025

Decaro a Bari con Schlein e Bonaccini

Prudenza 1. Cova sotto i reboanti pop-claim (vusa püssée) della premier. Che va in giro baldanzosa per le regioni, esterna agitate reprimende dai palchi, cerca lo scontro per lo scontro a sinistra. In realtà s’adopera nello smorzare i fuochi a destra. Non le va giù lo scarto di Salvini dalla linea governativa di politica estera, oggi reso peggiore del solito dalla tangentopoli ucraina. Ma che facciamo: per colpa di qualch’eventuale ladrone si molla Zelensky e si consegna il futuro dell’Europa alla Russia? I posteri lo storicizzerebbero come il ciula-day. Sicché Giorgia smussa, quieta, sopisce. L’Italia, risuona l’eco di Crosetto ministro della Difesa, continuerà ad armare gl’invasi così da permettergli di trattare un’onorevole pace con gl’invasori. Il capo della Lega se ne faccia una ragione. Non volendovi/riuscendovi, stia attento: nel partito monta una pericolosa fronda, chiamata Patto per il Nord. Ne sono federati i nostalgici del bossismo e i realisti dell’attualità. Sodali che la Meloni corteggerà persuadendoli a placare con le buone il leader, da lei non trattabile con le cattive. Almeno sino al referendum sulla giustizia, che se passasse, premierebbe Madame Chigi al punto da suggerirle un anticipo delle politiche previste nel ’27. Con ultravantaggio suo e iposvantaggio degli alleati, Salvini First.

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Prudenza 2. Cova sotto le superstiti radicalizzazioni di Schlein. Il “Patto della birra” siglato a Bari dalla segretaria, da Decaro, Bonaccini e altri indica la sostanziale retromarcia verso un accorto riformismo unitario del Pd. Senza dichiararlo, verrà praticato nei fatti. È il prezzo da pagare alle turbolenze correntizie e alle vicende elettorali. Elettorali vuol dire: verdetti in Campania e Puglia favorevoli, ma insufficienti -dato il sicuro KO nel Veneto- a giudicare positivo nell’insieme il risultato finale di questa tornata amministrativa. Finirà 3-3 (finora la destra ha vinto in Marche e Calabria, la sinistra in Toscana) e dunque surplace sfavorevole ai Progress. Ergo: meglio star schisci. Ovvero? Ripensare alla strategia in vista del citato referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici: farne l’apocalittico sì o no sul triennio meloniano o limitarsi a dibattere nel merito tecnico della questione? Preferibile la scelta della seconda via, così da non intestarsi l’eventuale sconfitta che segnerebbe il flop d’ogni residuale ipotesi di campo largo. Elly sta virando dall’utopia al pragmatismo. Il “Patto della birra” significa meno schiuma e più luppoli. Per provare a mangiarsi (bersi) domani avversari che oggi la mangerebbero (berrebbero) in un amen.

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Prudenza 3. Cova sotto il resistere al sussulto della sovrapposizione di post-progetti su pre-progetti. Il caso è varesino. L’Università ci ripensa: rispetto al no d’una ventina d’anni fa, ora pronunzia un sì a proposito d’insediamento di corsi nell’ex caserma Garibaldi. Cambiano i tempi, le personalità, gl’intenti. Benissimo, se ne può discutere. Ma non si può discutere del già programmato, finanziato, avviato. Coinvolgere gli studenti nella frequentazione del restaurando caposaldo ottocentesco, anche sì. Stravolgere il lavoro in corso (lungo, complesso, money-blindato) anche no. Però colloquiare tra il sindaco Galimberti e la rettrice dell’Insubria Pierro ci sta. Non ci starebbe il contrario. Magari si trova il modo virtuoso di mediare fra convinzioni entrambe al servizio dell’interesse cittadino.

Quando di mezzo c’è questa passione vera, sarebbe inverosimile scartare l’opportunità del confronto. Fatte salve le ragioni primarie del realismo municipale, parlando soprattutto di sonanti investimenti; e però fatte idem-salve quelle della richiesta di disponibile coinvolgimento alla miglior socialità, oltre che al miglior profilo culturale, del centro urbano d’una città meritevole d’entrambi. Insomma: perché militarizzare il dibattito sulla “Garibaldi” demilitarizzata? Vale l’uso d’un grado di ponderatezza, circospezione, senno. Il risorgimentale senno di noi.

Ps

Tante prudenze, un’imprudenza. Quella dei meloniani che accreditano manovre destabilizzanti dell’entourage di Mattarella a pro d’un indebolimento della destra in favore della sinistra. Obiettivo: le elezioni del ’27. Si avrebbe paura d’un succedere della premier a sé stessa, ciò che potrebbe poi favorirne nel ’29  l’ascesa al Quirinale. Di qui il lavorìo segreto a costituire una forza politica, riformista e di centro, per sfidarla in alleanza col resto dei progressisti. Che un tal progetto sia fattibile, non c’è dubbio. Ma fattibile non da Mattarella e dai mattarelliani, bensì da un rassemblement di partiti e movimenti in grado di costituire un fronte anti-sovranista. Il Presidente c’entra zero, idem i suoi collaboratori. Che poi qualcuno d’essi si lasci andare in una conversazione privata a una personale argomentazione sul tema, è altra cosa da un complotto. Il complotto ha uno stigma serio, non ridicolo: lo ha rinfrescato alla memoria di tutti il Colle.