Parole

KINTSUGI

MARGHERITA GIROMINI - 21/11/2025

Riparare è un verbo che ha mille volti. Si può riparare un oggetto rotto, un torto commesso, un errore di giudizio. Si può riparare qualcuno da un pericolo, oppure ripararsi in un luogo sicuro.

In ogni caso, riparare è un’azione che parla di cura, di attenzione, di ritorno possibile, un gesto che tende a rimettere insieme ciò che si è rotto: cose, relazioni, pezzi di noi.

Eppure oggi l’arte del riparare sembra in via d’estinzione. Siamo immersi in un mercato che ci spinge a sostituire piuttosto che a sistemare. Gli oggetti sono progettati per durare poco, i riparatori scarseggiano, i costi di riparazione superano il valore dell’oggetto. E così riparare diventa un gesto controcorrente.

Una volta, nelle case, si rammendava. Ricordo una signora di Bobbiate che con pazienza infinita ricuciva trame e orditi, ridava vita a vestiti logori. Nessuno l’ha sostituita. Oggi, quegli stessi abiti finiscono nel bidone del riciclo per far spazio all’ennesima camicia di stagione.

Eppure penso che ogni atto di riparazione, piccolo o grande che sia, abbia in sé qualcosa di rivoluzionario. Significa scegliere la via opposta alla rimozione: credere che ciò che è stato importante – un oggetto, una relazione, un gesto – meriti di essere salvato.

Ma c’è un altro significato, più profondo, che il verbo “riparare” sta lentamente riconquistando. È quello legato alla sfera relazionale ed emotiva. Riparare significa anche cercare di sanare una ferita affettiva, ricostruire una fiducia perduta, domandare perdono o concederlo.

La giustizia riparativa – promossa in Italia dalla ministra Marta Cartabia – tenta di fare proprio questo: offrire uno spazio di ricomposizione, in cui le vittime e i responsabili possano, se lo desiderano, incontrarsi e dirsi l’indicibile. Sono percorsi difficili, a volte interrotti, altre volte fecondi ma che aprono spazi di senso per l’accettazione del dolore.

Anche nella vita quotidiana accade, in forme più piccole ma non meno intense. Dopo diciassette anni un’amica con cui avevo rotto ogni contatto mi si è avvicinata, in una situazione pubblica, per rivolgermi la parola. Un gesto semplice, che ho riconosciuto come profondo. Io non avrei avuto il coraggio: non per orgoglio, ma per timore di un rifiuto.

Ci aiuterà, forse, sapere che In alcune culture la riparazione è addirittura un valore sacro come nella pratica dello kintsugi giapponese: si riparano con l’oro le fratture di un vaso che diventano visibili trasformando un oggetto destinato allo smaltimento ad una piccola opera d’arte. Riparare significa acquisire la speranza che niente di ciò che ci riguarda è perduto del tutto e che anche ciò che si è spezzato può ancora essere curato.

Come nelle ceramiche giapponesi riparate con l’oro, le nostre crepe possono diventare segni preziosi. Riparare, in fondo, è un modo per dire che ciò che ha avuto valore può continuare ad averne. Anche ferito, anche imperfetto.