Cultura

OCCHI PARLANTI

GIOIA GENTILE - 21/11/2025

Ritratti del Fayum

Ho rivisto, giorni fa in rete, alcune scene di una delle Passeggiate al museo con cui Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, ci aveva tenuto compagnia durante il Covid, nel 2020, e sono rimasta di nuovo incantata di fronte alla passione e allo stupore che ancora prova quando parla di quei reperti per lui pur così familiari. È uno spezzone nel quale descrive la maschera funebre di Merit (XVIII dinastia, 1350 circa a.C.): “Il defunto, dopo la morte, non è più di carne ed ossa, ma la sua carne è dorata e il suo sangue è di lapislazzuli. Il defunto è trasfigurato e deve andare ad una vita in cui viene assimilato agli dei”. Il tono della sua voce ci fa capire che il manufatto che ammiriamo è molto più di un’opera d’arte: riusciamo a vedere la persona che rappresenta come già consegnata ad un’altra dimensione.

Per contrasto, il mio pensiero è andato ai ritratti del Fayum, che invece mi stupiscono e mi inteneriscono per la loro umanità e mi fanno capire quanto il divino fosse lontano dall’idea che dell’aldilà avevano le persone che vi sono raffigurate. Sono trascorsi 1300 anni e più dalla tomba di Merit e Kha: gli studi li hanno datati tra il I secolo a.C. e il III d.C., nell’epoca della dominazione romana. Si tratta, come è noto, di dipinti realizzati per lo più su tavole di legno, che ricoprivano i volti di parecchie mummie, le cui sepolture furono rinvenute prevalentemente nell’oasi di Fayyum, sulla riva sinistra del Nilo.

Ciò che affascina e colpisce di quei ritratti è l’estremo realismo e l’intensità degli sguardi. Raffigurano persone di etnie diverse, di età diverse, ognuna con tratti somatici caratteristici: nessuna idealizzazione, nessun rimando all’aldilà, direi quasi nessuna speranza nell’aldilà, ma solo il desiderio di rimanere individui riconoscibili anche dopo la morte. Le loro fattezze sono così umane da farli sembrare nostri contemporanei, come se volessero parlarci di sé in una Antologia di Spoon River dipinta. C’è la donna grassa, la ragazza timida, il bambino, l’affascinante giovane barbuto, l’uomo poco attraente dai lineamenti marcati.

Sono persone comuni, che avresti potuto incontrare per strada – ancorché sufficientemente ricche da potersi permettere ritratto e mummificazione – e questo me le rende vicine, mi fa capire come la storia sia soprattutto un intrecciarsi di vite nella quotidianità del lavoro, della famiglia, degli affetti.

In particolare inteneriscono e commuovono gli sguardi: gli occhi di tutti quei volti sono spalancati, come volessero parlarci; forse a simboleggiare la capacità di vedere oltre la morte, ma a me suggeriscono piuttosto lo sgomento di chi si trova ad affrontare l’ignoto e, pur avendo voluto far mummificare il proprio corpo, non crede più, come Merit, di potersi trasfigurare in oro e lapislazzuli per somigliare agli dei.