Come Alice nel paese delle meraviglie dovremmo ricordarci dell’importanza di augurare il buon non compleanno. L’espressione, geniale neologismo, invita, infatti, ad un approccio diverso alla scansione temporale e persino alla nostra identità. Facciamo un esempio di un compleanno sui generis. Il 23 novembre del 1889 in un locale di San Francisco debuttò il fonografo a moneta, il jukebox. Insomma un quasi compleanno. Ricordarlo è un modo di ripensare non solo l’oggetto e la sua storia ma tanti cambiamenti sociali e culturali. Il che significa – a ben guardare – una riflessione sull’identità collettiva che si è costruita anche per gli effetti collaterali – spesso positivi – di quell’ apparecchio automatico, installato in locali pubblici, contenente dischi, specialmente di musica leggera, che si possono ( o meglio si potevano ) ascoltare inserendo delle monete. La precisa e asettica definizione da vocabolario non permette da sola di evocare nell’immaginario la rivoluzione del jukebox.
Già la parola ci racconta molto. Fin dall’inizio quel box, scatola musicale, icona di momenti festosi insieme, fece dimenticare la sua etimologia, in cui juke rimandava sia a case di malaffare sia a locali da ballo del Sud degli USA. E persino i francesi accettarono – pur con un preciso trattino- senza traduzione il termine juke- box. In Europa lo fecero conoscere per lo più i soldati americani al termine della seconda guerra mondiale. In Italia non c’era bar o anche oratorio in cui non troneggiasse. Parlarne ci trascina dentro un inevitabile e malinconico amarcord dei cosiddetti favolosi anni Sessanta, quando ci fu il boom anche dei jukebox che dai 4000 del 1958 divennero 40000 nel 1965. E si potrebbe cadere nella trappola del rimpianto di una vita più semplice con molti stereotipi. La felicità costa un gettone per i ragazzi del juke box. La gioventù, la gioventù la compra per cinquanta lire e nulla più, cantava Adriano Celentano. Il rischio c’ è ma se superiamo la retorica della nostalgia non dobbiamo tralasciare altre considerazioni ben raccontate in un articolo di una decina di anni fa pubblicato dalla rivista “Vita”, con un bellissimo titolo, Anche lo scontro è vita, Il bar al tempo del jukebox.
La frase, tratta dal libro “Elogio del bar, di Goliarda Sapienza, ricorda come nel microcosmo sociale di un bar possano nascere conflitti. Niente di male, sosteneva la scrittrice perché il vero nemico del bar è la solitudine. Giustamente nell’articolo si cita il “Saggio sul jukebox” di Peter Handke, premio Nobel nel 2019, in cui si afferma che una macchina può aprire alla socialità. Come il vecchio fonografo a gettone. Ricordarlo non significa essere nostalgici ma invita a non rinunciare a riflettere anche oggi sulla relazione tra oggetto e soggetto. O meglio tra uomo e macchina. Perfino una macchina che faceva sentire canzonette. Lo aveva ben capito quell’acuto lettore dei tempi che fu Pier Paolo Pasolini. Sempre nell’articolo tratto da Vita si ricorda una sua poesia intitolata “La persecuzione” che mette al centro la plebe romana con ” ignari giovincelli, in schiera, quasi a urlare che è innocente chi è forte, misero nel loro juke- box un gettone/ e una musica nuova cantò la loro sorte”. Forse modificò la loro identità. Dunque buon non compleanno al vecchio jukebox che non si rinnova – come stanno facendo in alcuni locali- soltanto trasformandolo in distributore di poesie. Dobbiamo trasformarci noi. Magari avendo il coraggio di rileggere quel testo difficile, coltissimo e provocatorio, magnificamente tradotto da Fernanda Pivano nel 1965, Jukebox all’idrogeno. Il jukebox – anche allora- aveva bisogno di nuove idee.