Pensare il Futuro

TRA I GRANDI ASSENTI

MARIO AGOSTINELLI - 21/11/2025

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Fino al 21 novembre Belèm, nell’Amazzonia brasiliana, ha ospitato l’annuale conferenza sul clima che riunisce i rappresentanti di quasi tutti i paesi. Ma sono mancati leader dei più grandi inquinatori del mondo. Guerre, crisi energetiche e ritorno dei nazionalismi suggeriscono che le priorità siano altre. Non sorprende l’assenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: ha semplicemente seguito la linea del grande alleato Donald Trump, altro assente non giustificato, che da gennaio ritirerà di nuovo gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, l’intesa raggiunta nel 2015 per provare a contrastare davvero la crisi climatica in atto.

Il nostro Paese non uscirà dall’Accordo di Parigi, ma di fatto sta facendo ben poco per rispettarlo. Sono evidenti le forti spinte negazioniste sulla crisi climatica del nostro governo, in uno Stato che è ancora azionista al 30% dei due pilastri dell’industria fossile italiana: ENI e Snam. Due colossi che, dalla COP21 di Parigi in poi, hanno solo continuato a puntare forte sull’Oil&Gas, tutt’al più camuffando il loro operato con dosi massicce di greenwashing. Non si può trascurare che nell’ultimo decennio, ENI ha prodotto in totale circa 6,39 miliardi di barili equivalenti di petrolio e gas, dichiarando pubblicamente di voler aumentare la produzione almeno fino al 2030. Snam è diventata il più grande operatore della rete di trasporto del gas in Europa. E infine c’è SACE, l’assicuratore italiano 100% pubblico che si è guadagnato il titolo di primo finanziatore pubblico di combustibili fossili in Europa e il quarto a livello globale.

Non stupisce che durante le COP l’Italia si sia seduta ai tavoli dei negoziati con un nutrito gruppo di lobbisti fossili. A Belém i lobbisti fossili erano presenti in forze: circa 1660, di cui almeno 17 italiani. La percentuale di rappresentanti del mondo Oil&Gas sul totale dei delegati continua a crescere: una persona su venticinque che si incontra in questi corridoi è un lobbista, che sfrutta l’inclusività del negoziato climatico per sabotarlo. I numeri assoluti (1.602) sono calati rispetto agli ultimi anni, perché è una COP meno numerosa per ragioni logistiche, ma è comunque la più grande percentuale di lobbisti fossili sul totale dei delegati mai registrata a una COP, superiore a quella di qualsiasi paese escluso il paese ospitante, il Brasile.

Resta la necessità di contenere l’aumento delle emissioni a effetto serra nella stagione del rifiuto al contenimento dei fossili da parte degli stati Uniti. In attesa che le conferenze globali sul clima producano i loro compromessi, molto possono fare i singoli Paesi. Luca Carra, direttore della rivista Scienza in rete, ha messo a confronto i dati della transizione ecologica in Spagna e in Italia. La conclusione è che la quota di rinnovabili dell’Italia è intorno al 40% e in Spagna al 60%, che l’idrogeno verde che si intende produrre entro il 2030 è 5 Gigawatt in Italia e 12 in Spagna, che l’Italia non ha una legge climatica mentre la Spagna ce l’ha dal 2021, che l’Italia ha votato contro la legge europea per difendere la biodiversità e la Spagna a favore, che in Italia si sono acquistate l’anno scorso il 4% di auto elettriche e in Spagna il 13%. E che nonostante questa valanga di misure che la Meloni definirebbe ideologiche, il PIL della Spagna negli ultimi anni è cresciuto del 3% e quello dell’Italia dello 0 virgola.

Brutta parte quella di un governo italiano che ha fatto a Belem solo una fugace apparizione col ministro Tajani e che, in barba ai referendum, tradisce il Green Deal europeo mentre rilancia il nucleare.

Ma vorrei concludere con una bella notizia dalla Cop 30. Per rendere l’Amazzonia un santuario libero da idrocarburi, la Colombia ha annunciato ufficialmente di essere il primo paese per cui questa prospettiva è una realtà: zona di non proliferazione delle fonti fossili. Dobbiamo constatare come non spetti più all’Occidente ricco di occuparsi del futuro del Pianeta: Sud del mondo, Paesi Brics e Cina prendono la leadership sul clima al posto di un’UE in crisi di futuro.