Ci sono libri di poesia che scelgono la via del silenzio e dell’ascolto invece di quella del clamore. Brusii di Giovanna de Luca appartiene a questa rara categoria. Già il titolo suggerisce una poetica del sommesso: non il grido, ma ciò che resta sul fondo dell’esistenza come un suono lieve e continuo, simile al vento tra gli alberi o al movimento dell’acqua.
L’epigrafe tratta da Vittorio Sereni — «non era più un lago ma un attonito / specchio di me una lacuna del cuore» — introduce uno dei temi centrali della raccolta: il paesaggio come riflesso dell’interiorità. Laghi, fiumi, nebbie, lune e stagioni non sono semplici elementi naturali, ma diventano strumenti attraverso cui interrogare il tempo, la memoria e la fragilità dell’esistenza.
Non è un caso che l’autrice viva a Varese, terra di laghi e di luci mutevoli. In molte liriche il paesaggio assume quasi una funzione spirituale. In Al lago di Varese emerge con forza il rapporto tra natura e mutamento umano:
“tu sempre uguale, io così diversa.”
In questo semplice verso si concentra una riflessione universale sul tempo: la natura appare stabile, mentre l’essere umano cambia, perde, ricorda. Eppure il tono della raccolta non è mai disperato. Vi è piuttosto una malinconia composta, una consapevolezza dolce del trascorrere delle cose.
La natura attraversa l’intero libro come presenza viva e partecipe. Il biancospino alleggerisce il cuore, la civetta sembra custodire un linguaggio misterioso, il mare diventa luogo di sospensione e quiete. In Al mare la poetessa scrive:
“Domani sarà forse
un giorno scuro
— oggi è la luce
di quest’ora perfetta.”
È uno dei nuclei più autentici di Brusii: la capacità di cogliere l’assoluto dentro gli istanti minimi della vita quotidiana.
Molte poesie interrogano il mistero dell’esistenza senza pretendere risposte definitive. In Dove leggiamo:
“Solo sappiamo che la finitezza
reclama l’infinito.”
Mentre in Non so l’autrice confessa:
“Vivo al di qua, vivo al di qua del vero.”
Questi versi rivelano la tensione filosofica della raccolta: la coscienza del limite umano e insieme il desiderio di qualcosa che oltrepassi il visibile.
Anche il silenzio assume un ruolo centrale. Non è assenza, ma spazio di ascolto. In Ventun giugno duemilaventicinque compare uno dei versi più significativi del libro:
“il silenzio è la voce
più viva.”
La scrittura di Giovanna de Luca è limpida, essenziale, lontana da ogni artificio. Non cerca effetti o oscurità compiaciute: preferisce la chiarezza dell’immagine e la verità emotiva. In alcuni momenti affiorano echi della grande lirica novecentesca — da Sereni ad Antonia Pozzi — ma la voce poetica resta personale e autentica.
Brusii è, in fondo, un invito a tornare a guardare il mondo con attenzione. Una rondine al tramonto, una foglia nella nebbia, una finestra socchiusa, il canto di un usignolo: nelle immagini più semplici Giovanna de Luca ritrova una verità fragile e profonda.
E i suoi versi colpiscono proprio per questo: non impongono, ma accompagnano. Parlano piano, e proprio per questo restano a lungo dentro chi legge.