Il racconto

CITTÀ E CAMPAGNA

MAURO DELLA PORTA RAFFO - 22/05/2026

L’America vera non è Washington.
E nemmeno New York.
L’America vera è il conflitto permanente fra città e campagna.
Fra Main Street e Manhattan.
Fra il grattacielo e il silo del grano.
Fra il contadino dell’Iowa e il broker di Boston.
Tutto il resto — elezioni, cultura, guerre civili fredde, linguaggio politico — deriva da lì.

Gli europei, specie gli italiani, commettono spesso un errore di fondo: immaginano gli Stati Uniti come una realtà omogenea. Una grande nazione industriale, moderna, urbanizzata, dominata dal capitalismo e dalla tecnica. Sbagliato.
Gli Stati Uniti sono un continente mascherato da Stato.
E dentro quel continente convivono anime che quasi non si sopportano.

La città americana nasce mercantile.
New York, Chicago, Philadelphia, Boston sono figlie del porto, della banca, della fabbrica, dell’immigrazione.
Luoghi nei quali l’uomo si definisce attraverso ciò che produce e accumula.
La campagna invece nasce biblica.
Conservatrice.
Diffidente verso il potere centrale.
Convinta che la libertà coincida soprattutto con l’essere lasciati in pace.

Thomas Jefferson, non a caso, sognava una repubblica di agricoltori. Riteneva che il cittadino proprietario della propria terra fosse moralmente superiore all’abitante delle città.
E in fondo una parte enorme dell’America continua ancora oggi a pensarla così. Quando un ranchero del Texas guarda Manhattan, non vede il progresso: vede un’aristocrazia travestita da modernità.

È una frattura antica.
Già nell’Ottocento il Nord urbano e industriale guardava con sospetto il Sud agricolo e rurale.
La Guerra Civile fu anche questo: due modelli di società inconciliabili.
Da una parte le città manifatturiere, il capitalismo moderno, il lavoro salariato. Dall’altra il mondo della piantagione, della terra, della gerarchia tradizionale.

Naturalmente sarebbe ridicolo romanticizzare la campagna americana. Hollywood ha spesso trasformato il ruralismo statunitense in favola sentimentale: il piccolo sceriffo onesto, il diner con la torta di mele, il vicino che ti saluta al tramonto. Sciocchezze.
L’America rurale è stata anche violenta, segregazionista, brutale.
Ma sarebbe altrettanto sciocco ridurla alla caricatura opposta costruita dalle élite urbane contemporanee.

Perché il punto centrale è un altro: la provincia americana possiede ancora un sentimento di appartenenza nazionale che le metropoli tendono a perdere.
Nelle grandi città costiere l’identità è spesso globale.
A San Francisco o a Manhattan ci si sente cittadini del mondo.
In Kansas o nel Wyoming ci si sente americani. Differenza decisiva.

Donald Trump — che molti europei non hanno capito quasi per nulla — è il prodotto perfetto di questa spaccatura.
Non perché sia un uomo rurale: tutt’altro.
È un miliardario newyorchese, cresciuto dentro il marmo e i grattacieli.
Ma ha compreso una cosa fondamentale: milioni di americani delle aree interne si sentivano disprezzati culturalmente dalle grandi città.
Non economicamente soltanto.
Moralmente.

Quando Hillary Clinton parlò dei “deplorables”, i deplorevoli, probabilmente consegnò metà America ai repubblicani per una generazione.
La politica è spesso questione di tasse e salari; assai più spesso è questione di dignità.

La geografia elettorale degli Stati Uniti è illuminante.
Le contee rurali formano un oceano rosso repubblicano interrotto da isole blu urbane.
Eppure quelle isole contengono enormi masse di popolazione, università, media, finanza, tecnologia.
È come se due nazioni abitassero lo stesso territorio senza parlarsi davvero.

Le città americane oggi rappresentano il cosmopolitismo, la mescolanza etnica, l’innovazione tecnologica, il liberalismo culturale.
Le campagne difendono tradizione, religione, armi, patriottismo, famiglia classica.
Ogni parte considera l’altra non semplicemente sbagliata, ma pericolosa.

E tuttavia l’America funziona proprio grazie a questa tensione.
L’energia urbana produce ricchezza, ricerca, dinamismo.
La provincia fornisce continuità, stabilità psicologica, senso della nazione.
È un equilibrio feroce ma vitale.

L’Europa, al confronto, appare quasi esausta.
Le nostre campagne si spopolano lentamente e le città spesso amministrano il declino con eleganza burocratica.
Gli Stati Uniti invece litigano continuamente con sé stessi.
Urlano, si insultano, si accusano reciprocamente di distruggere il Paese.
Ma intanto crescono, inventano, costruiscono.

C’è poi un dettaglio che gli osservatori superficiali dimenticano: l’immaginario americano resta profondamente rurale anche quando l’America reale è urbanissima.
Il mito fondativo non è il banchiere di Wall Street.
È il cowboy.
È il colono.
È l’uomo solo davanti allo spazio infinito.
Persino un impiegato di Seattle che ordina sushi con un’app conserva, in qualche angolo remoto dell’inconscio nazionale, il culto della Frontiera.

Ecco perché negli Stati Uniti il possesso delle armi non è percepito soltanto come diritto pratico ma come simbolo antropologico.
La città pensa sicurezza collettiva; la campagna pensa autodifesa individuale.
Due filosofie del mondo.

Perfino il linguaggio tradisce il conflitto.
Le coste parlano di inclusione, sostenibilità, diversity.
L’interno parla di libertà, lavoro, Dio, patria.
Gli uni accusano gli altri di fanatismo.
Gli altri rispondono accusando i primi di decadenza.
E forse hanno ragione entrambi.

L’America contemporanea non è una nazione divisa tra destra e sinistra nel senso europeo del termine.
È una civiltà sospesa fra due idee opposte dell’uomo.
La città ritiene che il futuro nasca dal cambiamento continuo.
La campagna crede invece che senza radici il futuro diventi caos.

Da quasi due secoli discutono.
Da quasi due secoli nessuno vince davvero.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui gli Stati Uniti continuano a dominare l’immaginario occidentale: sono ancora un Paese vivo abbastanza da combattersi apertamente.
Noi europei, talvolta, sembriamo invece aver smesso persino di litigare.

 

*Mauro della Porta Raffo è presidente della Fondazione Italia Usa