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DIFFERENZE CHE RESISTONO

MARGHERITA GIROMINI - 22/05/2026

Non ci vogliono occhi e orecchie particolarmente sviluppati per rendersi conto che, accanto all’accettazione delle storiche lotte per l’emancipazione femminile nei diversi settori della società, persistono atteggiamenti e comportamenti svalutativi nei confronti delle donne.

Forme di discriminazione sottile che non si manifestano più, come in passato, con divieti o esclusioni esplicite. Le modalità odierne sono più sfuggenti e socialmente tollerate perché travestite da ironia, leggerezza o “semplice critica”. Talvolta sono il tono, il sorriso sarcastico, la battuta paternalistica o la sottolineatura maliziosa di una domanda a rivelare il bisogno di sminuire il valore di ciò che una donna sta sostenendo.

“Niente di grave”, commenterà qualcuno. Invece io penso che sia utile riconoscere questi comportamenti che colpiscono non poche donne nel mondo del lavoro attraverso la banalizzazione delle loro competenze e l’amplificazione dei loro errori.

I bersagli più facili sono spesso le politiche e le giornaliste: donne che prendono la parola pubblicamente per commentare, spiegare, sostenere idee, formulare analisi.

Qualche esempio.

Una giornalista di consolidata esperienza e bravura conduce la rassegna stampa mattutina di Radio Tre, incarico affidato ogni settimana a un opinionista diverso. La trasmissione prevede il coinvolgimento degli ascoltatori tramite telefonate e messaggi. Arrivano osservazioni di questo tipo: un ascoltatore lamenta che la giornalista si comporti da “radical chic”; un altro le chiede di evitare le “risatine” che intercalano le sue risposte; uno le rimprovera di aver glissato su questo o quell’argomento; un anziano letterato la corregge per avere abusato di un termine “troppo giornalistico”.

Messaggi quasi sempre di uomini, riservati unicamente alle giornaliste.

Quando a condurre è un uomo, infatti, le critiche attengono alle opinioni espresse o alle posizioni politiche. Nel caso delle donne, invece, il giudizio scivola facilmente sul tono della voce, sull’atteggiamento, sulle espressioni, sui tic comunicativi. Come se la loro autorevolezza dovesse continuamente superare un esame supplementare di gradevolezza.

Tempo fa Concita De Gregorio durante una trasmissione televisiva chiese di non essere appellata con il nome proprio anziché con il cognome.

In effetti, di quanti giornalisti uomini si dice: “come afferma Luca”, “cosa ne pensa Massimo”?

Chiamare per cognome crea distanza dal ruolo che pretende rispetto e riconoscimento. Il modo in cui si nomina una persona pubblica costruisce automaticamente una gerarchia simbolica. L’uso del solo nome proprio per le donne nei contesti professionali crea una sorta di familiarizzazione e il ridimensionamento della loro professionalità.

Per le donne il passaggio al nome introduce, forse inconsapevolmente, un clima di confidenza che attenua il peso pubblico della loro figura.

E che dire del comportamento di Donald Trump? Un uomo potente può alzare la voce, interrompere, essere volgare o aggressivo senza che questo infici la percezione della sua autorevolezza. I suoi modi da duro continuano a essere letti come segni di forza, di leadership e di autenticità.

Durante le conferenze stampa e i dibattiti pubblici diverse croniste sono state interrotte, derise o liquidate con commenti sprezzanti non solo per il contenuto delle loro domande. A loro sono state riservate frasi come “What a stupid question!” oppure “You’re a terrible reporter,” You are stupid!” per avere osato porre quesiti non addomesticati.

È questo il punto. Un uomo aggressivo è percepito come autorevole, una donna con identica postura rischia di essere definita arrogante, isterica, irritante.

Qui sta il segno più evidente che l’autorevolezza femminile non è ancora accettata del tutto: una donna che prende la parola nello spazio pubblico viene accolta come una persona da valutare.

La differenza è sottile, talvolta invisibile ma dà la misura della distanza tra l’uguaglianza formale e quella reale.