Pennsylvania Avenue

LEZIONI AMERICANE

FRANCO FERRARO - 22/05/2026

Jason Collins

“Il mio cancro non è operabile, la prognosi media va da 6 settimane a 3 mesi di vita. Se è il tempo che mi resta lo userò per testare cure che un giorno potrebbero diventare uno standard”. Così spiegava lo scorso inverno Jason Collins a un giornalista di Espn. “Hai paura?” chiese il giornalista: “No, io ho giocato contro Shaq”. Shaq, per i non addetti ai lavori, è Shaquille O’Neal, un dio del basket, quattro titoli Nba, uno che ha dominato il gioco come pochi altri. Faceva paura. E le parole di Jason Collins atterravano sulla pista di una delicata ironia, riferendosi a The Big Diesel. Era novembre. Oggi Jason non c’è più. Un glioblastoma, uno dei più perfidi e infami tumori, se l’è portato via. Aveva 47 anni. Il 29 aprile 2013 Sports Illustrated gli dedicò la copertina. Corredata da queste parole: “Sono un centro NBA di 34 anni. E sono gay”. Fu il primo giocatore della Nba a fare coming out e a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità. Demolì, con una forza gentile, elegante, il muro di un silenzio custodito nell’anima ma che spingeva per trovare la luce e la parola. “Non avevo intenzione di essere il primo atleta apertamente gay a giocare in un importante sport di squadra americano” – dichiarò allora Collins – “Ma visto che lo sono, sono felice di aver avviato la discussione”. Peccato che la discussione si sia arenata negli anni successivi.

A parte l’ex giocatore della NFL Carl Nassib, non c’è stato nessun altro giocatore apertamente gay in attività nella NBA, NFL, NHL o MLB. Morale: nonostante il coraggio dimostrato da Collins nel fare coming out, negli sport professionistici maschili esiste ancora un tabù. Quando Collins ammise di essere gay il grande Kobe Briant commentò: “Non soffocare chi sei a causa dell’ignoranza altrui”. Cercava la luce anche Brandon Clarke, giocatore dei Memphis Grizzlies, sempre nell’Nba, che forse un’overdose ha fatto invece scivolare nel buio eterno. Voglio silenziare i soloni della morale a basso costo ed alta ignoranza. Una parte dei suoi guadagni finiva alla Brandon Clarke Foundation, che aveva inaugurato lo scorso anno, con l’obiettivo di aiutare le famiglie di Memphis in gravi difficoltà economiche, con un occhio di riguardo ai bambini. Diceva: “Ogni volta che parlo con i bambini, cerco di far entrare nella loro mente che la scuola è importante, gli insegnanti sono importanti e i voti contano. Non sarei arrivato dove sono arrivato senza concentrarmi sulla lettura, sulla scrittura e sull’educazione”.

Mentre arrivavano conferme sulla morte di Brandon i tifosi dei Memphis Grizzlies, ma anche di altre squadre Nba, hanno cercato di onorare la sua memoria attivando una catena di donazioni alle organizzazioni benefiche che lui sosteneva. In primis all’organizzazione no-profit Arise2Read, che fornisce a quasi 4.000 alunni di seconda elementare dell’area di Memphis un libro a novembre, dicembre e febbraio, e a maggio una borsa piena di libri, in modo che le loro competenze di lettura rimangano attive durante l’estate. E allora, in questa America guidata da un presidente che tritura i diritti civili, che decide persino di cancellare dall’Enola Gay, l’aereo che sganciò l’atomica di Hiroshima, la parola “gay”, (in realtà in quel caso gay non aveva nulla a che vedere con l’omosessualità, ma era il cognome da nubile di Enola Gay Tibbets, la madre del pilota, ndr), in questa America guidata da un presidente che si dimentica dei più deboli, riducendo la spesa per la sanità, l’assistenza e l’istruzione, bastano poche, semplici parole: grazie Jason e grazie Brandon.