Pennsylvania Avenue

CHI GIOCA SPORCO?

FRANCO FERRARO - 23/01/2026

La Nato, di cui l’America fa parte, di più, di cui l’America è socio fondatore, schiera un manipolo di militari in Groenlandia. E Trump impone dazi ai Paesi che lo hanno fatto. Siamo oltre Groucho Marx, se ci fosse da ridere. Invece no. Dal primo febbraio gli Stati Uniti imporranno dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia per tutte le merci spedite negli Usa. Perché? La risposta di Trump sconcerta: “Si sono recati sull’isola per scopi ignoti”, scrive su ‘Truth social’ il presidente Usa. E aggiunge: “Stanno giocando a un gioco molto pericoloso”.

Ora che Trump accusi alcuni paesi europei di dangerous game è cosa inaccettabile. Se c’è uno che gioca pericolosamente e su più fronti è proprio lui. Venezuela, Iran, Colombia, Messico, Cuba: Trump è un turista della minaccia. Ogni giorno una, come l’hamburger o la Coca Cola che accompagnano il quotidiano del tycoon. Dentro c’è tutto: la fame di vittoria, la sete di potere, i soldi, e frustrazioni varie. Ma la Groenlandia è una cosa a parte. Non è Bogotà, Teheran, Città del Messico e neppure L’Avana, luoghi che – secondo Trump – brulicano di cospiratori e terroristi, pronti a fare del male all’America. L’isola artica ha 57mila abitanti che vogliono restare groenlandesi. Gente simpatica e socievole, nonostante il clima non favorisca: d’inverno, nelle zone interne, si toccano le temperature più estreme della Terra, anche -60. D’estate, nelle aree meridionali, salgono sopra lo zero ma non raggiungono mai la doppia cifra.

A Trump non interessa che cosa vogliono i groenlandesi, e cioè starsene in pace. A lui interessa impossessarsi dell’isola per questioni di sicurezza. E la decisione degli otto paesi europei di sbarcare qualche decina di militari sul territorio che fa parte della Danimarca gli ha fatto girare i cabbasisi, per dirla alla Montalbano. Ora, i cabbasisi girano da un po’ anche a Russia e Cina, visto il prepotente dinamismo del presidente americano. Putin ha detto che “…Mosca non starà a guardare e difenderà gli interessi nazionali nell’Artico”. E Xi Jinping da settimane ripete: ”Il diritto e la libertà di tutti i Paesi di svolgere attività nell’Artico devono essere pienamente rispettati”. In questo quadro di gigantismo geopolitico l’Europa appare come una figura di secondo piano, un comprimario: non urla, non batte i pugni sul tavolo, cerca il dialogo, ma è dura se dall’altra parte le ritorsioni viaggiano al ritmo della macchina dei pop corn.

E intanto crescono le voci di chi invoca un’Europa più forte. L’ultima, autorevole, quella di Mario Draghi: ”Per preservare l’Unione Europea, gli europei devono essere più uniti che mai”. E ancora: ”Dobbiamo superare le nostre debolezze autoinflitte. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente”. Infine: “La situazione è drammatica: l’Europa rischia di diventare un giocattolo nelle mani di altre potenze”. Il quadro che emerge dalle parole dell’ex premier ha colori netti. E su questa “tela” bisognerebbe intervenire. Trump sa come fare: messa da parte l’idea di un intervento militare, il presidente – lo scrivevamo una settimana fa – è pronto a scucire circa 6 miliardi di dollari per comprarsi i groenlandesi. Sia chiaro: sul piano strettamente giuridico, acquisizioni/cessioni territoriali sono consentite dal diritto internazionale, se oggetto di un trattato che registri l’accordo tra le parti: in questo caso, tra Danimarca, Stati Uniti e Groenlandia. Non finirà mica ad hamburger e Coca Cola?