Chiesa

DON PASQUALE, CARTE IN FUMO

SERGIO REDAELLI - 23/01/2026

La buona notizia è che le ventuno monache del monastero lecchese della Bernaga devastato da un incendio l’11 ottobre 2025 potranno tornare a vivere nella vecchia sede. Quando non si sa, ma i lavori di ripristino sono iniziati da cinque settimane e la raccolta dei fondi procede bene, ha superato 270 mila euro con 501 donazioni. Senza contare i quattrocentomila euro in arrivo dal Comune di La Valletta che ospita il convento sul proprio territorio. Per ora è una goccia nel mare, ma autorizza ad essere ottimisti. La cattiva notizia è che l’intero archivio di monsignor Pasquale Macchi è invece andato distrutto. Tutto perso, non si è salvato nulla, nemmeno una del migliaio di lettere archiviate dal sacerdote.

La madre superiora Maria Alessandra allarga le braccia sconsolata: “Era la corrispondenza che monsignor Macchi aveva ricevuto nel corso degli anni, divisa in ordine alfabetico. Don Pasquale aveva un mondo di relazioni con sacerdoti e laici. La posta era conservata in grandi contenitori sistemati in uno scaffale di ferro, perfettamente in ordine. Alcuni di quei contenitori li aveva portati da Loreto al suo arrivo alla Bernaga. Don Pasquale occupava una minuscola camera da letto e una più grande adibita a studio dove aveva ricavato la mini-cappella per le devozioni religiose. Mangiava nella foresteria, al sabato e alla domenica andava spesso a Varese. Purtroppo il fuoco ha distrutto insieme alle carte di Macchi anche il nostro archivio”.

Il monastero della Bernaga sorge in cima al colle di La Valletta Brianza, sulla strada tra Como e Bergamo. Costruito nel ‘600, lo abitano le monache romite dell’Ordine di S. Ambrogio ad Nemus che aderiscono alla regola di S. Agostino. Provenienti dal monastero di S. Maria del Monte sopra Varese, cominciarono a operare nel 1963 e si dotarono di autonomia giuridica, sui iuris. L’11 ottobre scorso, sabato sera, l’incendio scaturì al secondo piano e si sviluppò in verticale, divorando rapidamente il tetto di legno stagionato. Le fiamme hanno poi avvolto l’intero secondo piano con le celle delle monache, la biblioteca, i quadri, gli arredi e i paramenti religiosi.

“Per fortuna i muri perimetrali sono rimasti in piedi, sono fatti di sassi e hanno resistito al fuoco – osserva con sollievo la madre superiora – Ora si sta lavorando per rimuovere le macerie, poi si dovrà mettere in sicurezza la struttura e far funzionare di nuovo tutto quanto. Sull’edificio del ‘600 c’è il vincolo delle Belle Arti e le necessarie verifiche burocratiche allungano i tempi, ma siamo fiduciose”. Nel monastero abitavano prima del rogo ventidue monache (ora ventuno ma l’incendio non c’entra). Temporaneamente sono state accolte dalle Piccole Apostole di Ponte Lambro, poi si è trovata la sistemazione attuale nella Casa Maria Ausiliatrice di Cassina Valsassina, in provincia di Lecco.

L’alloggio è perfettamente arredato e attrezzato per ospitare una comunità numerosa, non è una sede dismessa, viene utilizzata d’estate e c’è tutto quel che serve. Qui le monache potranno attendere senza problemi che la sede storica ritorni abitabile. Ma che cosa conteneva esattamente l’archivio di monsignor Macchi? Suor Maria Maura, la “scrivana” che aiutò don Pasquale a gestire le carte nelle due occasioni in cui abitò alla Bernaga, fornisce altri dettagli: “Nel 1988, lasciata l’arcipretura a Varese, monsignor Macchi si prese un anno sabbatico alla Bernaga per scrivere un libro su Paolo VI. Io ero addetta alla foresteria, gli servivo il pranzo e la cena. Non fu però soddisfatto delle sue ricerche e infatti il libro non uscì”.

“Nel 1996, quando andò in pensione dopo otto anni da arcivescovo prelato a Loreto, ritornò alla Bernaga per trascorrervi gli ultimi dieci anni di vita e fui di nuovo scelta per aiutarlo. Lui dettava, io scrivevo a macchina e nel 2003 il libro “Paolo VI nella sua parola”, edito da Morcelliana, vide finalmente la luce. Don Pasquale aveva tanti amici e conoscenti, riceveva personalità ecclesiastiche, politiche e civili, comunicava con il gruppo di artisti di Villa Clerici a Milano (tra cui Giacomo Manzù, Pericle Fazzini, Felice Casorati e Aligi Sassu, nda). Riceveva lettere e libri, ricordo i volumi con dedica del cardinale Ratzinger. Era in contatto anche telefonico con papa Wojtyla e posò con lui per molte belle foto. In America vide monsignor Marcinkus”.

“Rispondeva a tutti e archiviava la corrispondenza con cura. Consapevole dell’interesse documentale che le carte potevano avere, le selezionava, fotocopiava e periodicamente le smistava agli archivi della Fondazione Paolo VI a Brescia, a Loreto, a Roma e a Varese. In definitiva alla Bernaga erano rimaste un migliaio di lettere private che si riferivano agli anni trascorsi al monastero, forse le cose più comuni e gli eredi non le hanno mai richieste indietro. Alcune erano dirette a personaggi varesini, ricordo il nome del dottor Riccardo Broggini che fu il suo esecutore testamentario”.