Ti mangio il cranio

FERROVIA DEL MALOCCHIO

FLAVIO VANETTI - 23/01/2026

Vista la sua triste fine, fu chiamata “Ferrovia del malocchio” e “Ferrovia sfortunata”. Il punto è che sfortunata lo è ancora perché continua a versare in un colpevole oblio, nonostante il fervore di un’associazione e di un gruppo di appassionati che da anni si stanno battendo per il suo ripristino. Stiamo parlando della Ferrovia della Valmorea, una grande idea d’inizio Novecento affossata prima dalle assurde regole del Fascismo e poi dalla stoltezza degli umani e soprattutto dei politici. Al massimo del suo sviluppo, nel 1926, diventò un intelligente collegamento transnazionale, da Castellanza a Mendrisio, passando da Stabio e costeggiando prima la vallata dell’Olona poi quella del Lanza: l’Alto Milanese, o il Basso Varesotto che dir si voglia, si collegava così ai percorsi che conducono al centro Europa.

Il Fascismo, nel 1928, applicando le regole dell’autarchia, limitò la ferrovia a Valmorea e al confine con la Confederazione. Da lì in poi fu un passo del gambero, con arretramenti progressivi del capolinea e, nel 1952, con l’abolizione del servizio passeggeri. Rimase, fino al 1977 e alla chiusura della Cartiera Vita Mayer, il traffico merci. Poi più nemmeno quello. All’inizio del presente millennio si riprovò a farla funzionare, solo in parte, con convogli turistici: non si andò troppo lontano – nel 2014 tutto fu sospeso per questioni normative che impedivano al Club San Gottardo di operare ancora autonomamente in Italia con treni storici – e nemmeno si sviluppò l’idea (davvero poco brillante) di usare un pezzo del tracciato per una ciclo-ferrovia. In compenso di recente è nata una pista ciclabile che sta avendo un certo successo e che stoltamente viene messa in contrapposizione al ripristino della linea ferrata della Valmorea.

Ecco, va chiarito subito questo punto: le due realtà, la pista esistente e la ricostituenda ferrovia, potrebbero, anzi dovrebbero, coesistere in un regime armonico. Come non pensare, infatti, a un servizio pubblico locale con un treno (o con una tramvia, in alternativa), che è a disposizione anche di chi va in bici o cammina? E come non pensare che ogni stazione possa essere un punto di deposito di bici con punti di ricarica per quelle elettriche? Non solo. La vallata dell’Olona è anche un patrimonio di bellezze della natura, di testimonianze dell’arte (Castiglione Olona con il borgo e la Collegiata; Torba e il Monastero del Fai; Cairate che a sua volta ha un apprezzato monastero), di rimandi alla storia imprenditoriale (gli opifici lungo l’Olona), di punti di interscambio con altre località interessanti. Infine sta rinascendo il complesso della ex Vita Mayer in una realtà che, inglobata nel verde e nella sostenibilità di aree per la gente, sarà destinata sia alla produzione dell’idrogeno sia alla creazione di realtà produttive di alto profilo tecnologico.

Quindi c’è un potenziale, nella Valle, che altri Paesi avrebbero già valorizzato, mentre noi ci perdiamo in diatribe sterili e senza logica (prima fra tutte, appunto, il pensare che bici e treno non possano andare d’accordo), dando un calcio anche alla valenza turistica della zona, suscettibile di grandi sviluppi con azioni sinergiche. La Ferrovia della Valmorea, il cui fuoco non è ancora estinto nonostante oblio e trascuratezza, resta di proprietà di FNM e risulta solo sospesa, non disattivata. Vogliamo una volta per tutte riportarla a nuova vita? E vogliamo consegnare i suoi nemici alle fauci luciferine?