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ORGOGLIOSI DI LUI

MARGHERITA GIROMINI - 23/05/2025

Una seduta speciale del Consiglio Comunale di Varese di lunedì 19 maggio ha accolto una delegazione proveniente da Favara, città siciliana che diede i natali a Calogero Marrone.

È stata l’occasione per parlare, ospiti e consiglieri, del Giusto tra le Nazioni che onora Varese, sua città di adozione che negli ultimi anni ne ha ampiamente riconosciuto il grande valore umano e sociale.

Fu il giornalista Franco Giannantoni che lo “scoprì”, dedicandogli il libro “Un eroe dimenticato” che scrisse dopo aver raccolto documenti e testimonianze sulla sua attività a favore di ebrei e di antifascisti negli anni dell’occupazione nazifascista di Varese.

Il gruppo di favaresi diretto a Dachau, il lager nazista che fu il luogo della morte di Marrone, si è fermato nella città che accolse Calogero Marrone come impiegato dell’Anagrafe nei primi anni Trenta del secolo scorso.

L’omaggio del Consiglio comunale a Marrone ha ripercorso le tappe della sua vita a partire dalla necessità di allontanarsi dal paese a causa del suo sentire antifascista che stava mettendo in seria difficoltà la vita della famiglia.

Agli studenti favaresi delle scuole superiori con i loro insegnanti e dirigenti è stato ribadito il ruolo politico del loro concittadino negli anni difficili della convivenza con il fascismo. Ruolo che crebbe a dismisura dopo il 12 settembre del 1943 quando i carri armati nazisti occuparono Varese.

Si intensificarono i rastrellamenti nei confronti degli ebrei, ricercati in ogni angolo del nostro territorio così vicino alla Svizzera, terra di accoglienza e di salvezza per molti.

Marrone, che aveva già collaborato con i partigiani della zona, si unì al gruppo di sacerdoti che insieme a diversi varesini lavorava per accompagnare i profughi verso il confine, dotandoli di carte di identità che venivano contraffatte presso l’Anagrafe di cui era stato nominato capoufficio.

Tradito e consegnato ai nazifascisti, dopo un lungo e doloroso peregrinare tra le carceri lombarde, Marrone concluse i suoi giorni a Dachau.

Che cosa insegna questa vicenda umana a noi ma soprattutto ai giovani?

La sua attualità è stata ribadita dai due Sindaci, Galimberti e Palumbo.

Gli uomini giusti sono coloro che sanno agire quando la situazione diventa grave. Non pensano alla propria salvezza, non coltivano la paura dell’uomo comune. Agiscono per rispondere a un dovere morale.

I giusti fanno la cosa giusta al momento giusto, ebbe a dire uno studente quindicenne durante un incontro.

Accettano il rischio e le conseguenze delle proprie azioni. Conseguenze spesso irreversibili, come fu per Marrone che lasciò moglie e quattro figli senza sostentamento.

Vite come questa ci richiamano al dovere quotidiano che ciascuno può compiere, se vuole, scegliendo la solidarietà verso gli altri, il coraggio di difendere le proprie idee, l’impegno per una società migliore.

Mi pongo una domanda: è davvero bene chiamare Calogero Marrone “eroe”?

Nell’immaginario collettivo il termine eroe richiama un uomo forte e valoroso che impugna una spada, che combatte per la giustizia, risolleva o cambia sia pure in minima parte le sorti del mondo.

A me piacerebbe di più definirlo come sceglie di fare lo Yad Vashem: un uomo giusto.

Nel nostro caso “Giusto” che ha compiuto il proprio dovere senza sapere che il Talmud afferma che “chi salva una vita, salva il mondo intero”.

Giusto, come Giusti sono stati altri come Schindler, Bartali, Perlasca, i due Giusti tra le Nazioni di Varese, i coniugi Silvio e Lidia Borghi che a Mirandola, in provincia di Modena, diedero rifugio a numerose famiglie di ebrei, dividendo con loro il pane quotidiano di poveri contadini.

Grazie a Varese che ha riconosciuto la vita “degna di essere vissuta” di Calogero Marrone.