Voteremo per il Parlamento fra un poco più di un anno, al massimo nel settembre del 2027: la data non è ancora stata fissata.
Messa da parte definitivamente la riforma del premierato con l’elezione diretta del premier che era stata presentata da Giorgia Meloni come la riforma centrale di questa legislatura, addirittura “epocale”, in realtà non sappiamo con quale legge voteremo.
Il presidente Mattarella ha giustamente raccomandato di non tirare troppo per le lunghe per consentire la buona preparazione della campagna elettorale. In realtà il governo ha già proposto al Parlamento (26 febbraio 2026) il disegno di legge “Stabilicum” che le opposizioni hanno dichiarato inaccettabile e anche dall’interno della maggioranza filtrano obiezioni e incertezze. Due sono i punti critici più forti che mi sento di evidenziare.
Uno: Non sono previsti i voti di preferenza così che il Parlamento sarà ancora formato dai “nominati” dei partiti. Questa potrebbe essere una concausa della disaffezione degli italiani alle urne che ha raggiunto un livello preoccupante, però largamente superato dal recente referendum a dimostrazione che le persone sono scontente della politica e delle sue forme competitive.
Due: Si prevede un premio di maggioranza molto alto che darebbe 70 seggi in più alla Camera e 35 in più al Senato alla coalizione che raggiunge almeno il 40% dei voti. (La Camera ha 400 seggi e il Senato ne ha 200).
L’esempio che si usa per evidenziare un effetto distorsivo è il seguente: dando quel premio di maggioranza alla coalizione che prende il 40% o poco più, e se vota circa metà degli aventi diritto come succede, si assegna il 55% dei seggi al 20% del corpo elettorale. Passerà mai questa legge? Difficile dirlo, ma mi auguro che non passi.
Sarebbe invece piuttosto importante ricercare e trovare un’intesa con le opposizioni per un sistema di voto che possa reggere per tanti anni come accade in quasi tutte le democrazie del mondo: ipotesi che purtroppo non pare una priorità del governo, come di altre maggioranze del passato.
Non è affatto da escludere, oggi come oggi, che si vada ancora alle urne con il sistema in vigore, il cosiddetto Rosatellum del 2017 molto criticato e criticabile che, nella mia visione, è comunque migliore del progetto approvato dal governo.
Si tratta di un sistema misto a prevalenza proporzionale. Circa il 37% dei seggi è assegnato con metodo maggioritario in collegi uninominali (vince chi prende un voto in più) mentre il 61% è ripartito con metodo proporzionale in collegi con più candidati di partiti diversi ma con liste chiuse. (Il 2% riservato agli italiani all’estero). È un sistema che, con i collegi uninominali, spinge a formare le coalizioni e a favorire il bipolarismo con il grave difetto di affidare solo alle segreterie dei partiti la scelta dei candidati
La mia personale scelta sarebbe il modello in vigore in Germania. Un sistema in gran parte proporzionale con una buona soglia di sbarramento (5%) e la sfiducia costruttiva per evitare troppe crisi politiche. In questo modo il voto degli elettori potrebbe chiaramente suggerire al Presidente della Repubblica la personalità a cui affidare il compito di costituire il governo. Non ci sono tuttavia possibilità di vederlo approvato da noi.
In conclusione, la stessa decisione sui leader delle coalizioni, in questo caso solo quella dei progressisti, dipenderà largamente dal sistema con cui si vota. L’urgenza della legge elettorale è del tutto evidente.