Cultura

GALILEO INEDITO

ROBERTO CECCHI - 24/04/2026

Di Galileo Galiei generalmente se ne parla a scuola, agli studenti, perché ormai è un argomento senza segreti per nessuno. Apparentemente. Sappiamo tutto di lui, della vita, delle opere, degli studi sull’isocronismo delle oscillazioni del pendolo; della caduta dei gravi; del moto dei proietti; della coesione; della resistenza dei solidi; della «percossa», la forza d’impatto provocata dal colpo improvviso. È con lui che inizia la scienza moderna, dipende dal suo modo di pensare se affrontiamo la realtà come lo facciamo adesso e con lui abbiamo imboccato la via del progresso. Il benessere di cui godiamo, con tutti i limiti del momento, nasce dalle sue scoperte. Conosciamo tutto anche delle sue sconfitte, della condanna e della “ritrattazione”. Delle discussioni che questo ha comportato e della riabilitazione, tutto sommato molto recente. È stato il Concilio Vaticano II a rimettere le cose a posto e dare a lui e alla scienza il posto che spetta loro.

Dunque, non ci sarebbe niente da aggiungere a quel che tutti sanno. Se non che, un paio di mesi fa, il 17 febbraio scorso, alla «Biblioteca Nazionale Centrale» di Firenze, nella «Sala Galileo», appunto, c’è stata una conferenza stampa, dal titolo Galileo tra le pagine dell’Almagesto. La Biblioteca Nazionale Centrale è un luogo magico della cultura che mette soggezione per la sua monumentalità, ma ti fa sentire anche a proprio agio, perché ispira riflessione, meditazione, serenità (sarebbe da consigliare a qualche screanzato che sta mettendo a soqquadro il mondo intero continuamente. Ma forse avrebbe bisogno di qualcosa di più sostenuto). È nata con l’Unità d’Italia, ma affonda le sue radici nella tradizione culturale della città di Firenze e delle sue raccolte librarie. È il lascito di un collezionista, Antonio Magliabechi, che alla sua morte, nel 1714, dona i suoi circa 30.000 volumi alla città e in breve tempo diventa la più grande raccolta d’Europa.

È successo che un giovane studioso, Ivan Malara, dell’Università Statale di Milano, abbia trovato in questa biblioteca, tra quei 30000 volumi, un libro di Tolomeo (II sec. D.C.), l’Almagesto, un trattato di astronomia di quasi mille anni fa, che Galileo annotava a margine con le sue riflessioni. Lo studioso ha scoperto che Galileo deve esserselo portato dietro per decenni, perché analizzando la calligrafia ha potuto rendersi conto dei cambiamenti che intervengono, in ciascuno di noi, nello scrivere, con l’andare del tempo. Ma non è stata una scoperta casuale. Ivan Malara è arrivato a Firenze da Milano dopo una serie di ricerche durate anni e di suggerimenti che lo hanno messo sulla giusta strada. Nelle condizioni di trovare quel volume tra le migliaia (adesso milioni) di libri posseduti dalla biblioteca. Quelle annotazioni, quelle glosse, scritte di mano da Galileo sono tantissime. Probabilmente, ne verrà fuori un nuovo libro del nostro più grande scienziato e conosceremo molte più cose di quelle che siamo riusciti a sapere fino ad adesso.

Alla conferenza stampa io, francamente, mi sarei aspettato di trovare il ministro in persona, con un sorriso a trentadue denti, insieme a tutto il codazzo, come di rito nelle grandi occasioni. E invece, c’era solo un collegamento video, via internet, col ministero di Roma. E quindi v’immaginereste che davanti allo schermo ci fosse almeno un sottosegretario, visto che sono in tre (ora due). E invece non c’era neanche il direttore generale. Ma solo un funzionario/dirigente del servizio dei beni librari. Compito, educato, rassicurante. Ma troppo poco per un evento del genere, che può riscrive la storia di una personalità che ha segnato il futuro dell’umanità. Se una cosa del genere (ma anche molto meno) l’avesse scoperta una qualsiasi università della periferia americana, dio ci liberi!, saremmo ancora lì assaliti da logoranti interviste.

Questo per dire che la drammatica situazione internazionale che ci attanaglia alla gola, dimostra due cose e cioè che, prima di tutto, abbiamo assolutamente bisogno d’indipendenza energetica. Bisogna uscire dal ricatto petrolifero cui siamo sottoposti da sempre. Eppoi, d’unità politica europea. Ma noi italiani in particolare, dovremmo mettere in agenda una terza priorità e cioè valorizzare i nostri migliori ingegni. Giovani volenterosi, preparati. Molto diversi da come vengono descritti. Ma lasciati in panchina (neanche convocati) come i nostri giocatori di calcio e così, per la terza volta, dovremo guardare i mondiali degli altri. Non dobbiamo rassegnarci ad essere solo un’economia del turismo e di manicaretti. Non siamo un’attrazione da giardino zoologico e basta. Siamo gli eredi di quel pensiero che ha fatto crescere l’umanità non di poco.