Ci sono anniversari davvero speciali in date speciali e cariche di valori. Pensiamo al 25 aprile, ricorrenza fondamentale e spartiacque culturale. Forse anche per questo è più difficile ricordare altri eventi legati alla stessa data. Ma se leggiamo su una locandina del teatro a La Scala, l’inconfondibile carta color seppia antico con scritte nere e qualche segno rosso e dorato, “Domenica 25 aprile 1926 alle ore 21 precise prima rappresentazione di Turandot” ci troviamo di fronte ad uno scrigno di ricordi e di riflessioni. Dobbiamo partire da quello più noto, come indicato anche nelle recensioni in occasione delle attuali rappresentazioni scaligere in cartellone fino a fine aprile: “Alla prima del 1926 Arturo Toscanini posò la bacchetta alla morte di Liù, nel punto della partitura in cui la musica si interruppe per la scomparsa di Puccini, anche se era già disponibile l’integrazione di Franco Alfano, ripresa poi nelle repliche successive”.
Pescando nel nostro immaginario scrigno dobbiamo scegliere altre riflessioni. Siamo attratti dalla magia della musica pucciniana di quest’opera che segna una pietra miliare nella storia musicale, combinando stilemi quasi ottocenteschi con embrionali arditezze novecentesche. E perché non riflettere su una beffa del destino? Nel variegato universo femminile delle opere di Puccini tutte le protagoniste muoiono, ad eccezione della regina Turandot. La donna di ghiaccio, la donna del potere si trasforma dando un senso alla vita, che lei celava nei suoi terribili enigmi. Turandot vive, Puccini muore prematuramente. Ironia della sorte o qualcosa d’altro? Al mistero non possiamo chiedere risposte. Un dilemma intrigante per i critici musicale fu – e forse rimane-. tale. Il compositore non riuscì a terminarla a causa dei problemi di salute o per l’ardua impresa della trasformazione psicologica della protagonista? Non sta a noi prendere una posizione in merito ma preferiamo pensare ad altre importanti considerazioni legate a questa meravigliosa opera, che ebbe una gestazione lunga. È rischioso riassumerla in pochi passaggi.
La fiaba teatrale del commediografo Carlo Gozzi dalla prima messa in scena nel 1762 ha avuto tante e diverse realizzazioni e interpretazioni sceniche fino a giungere a Bertold Brecht. Conoscerle con le relative traduzioni ci porterebbe lontano e fuori strada. Ma qui basti pensare alle versioni di Ferruccio Busoni all’inizio del Novecento e arrivare al 1920. A quanto pare a Natale di quell’anno Giuseppe Adami e Renato Simoni proposero a Puccini, che era alla ricerca di nuovi stimoli creativi, di mettere in musica la storia di Turandot. Iniziò così una lunga collaborazione, intessuta di incontri, di revisioni. È noto che Puccini si incontrò con Simoni anche a Viggiù dove Renato spesso risiedeva in una villa, ospite di amici, che considerava il suo buen retiro e praticando nella tranquillità del piccolo paese un proficuo otium letterario. Fu fondamentale per la stesura del testo il lavoro compositivo del librettista Adami con Renato, veronese di nascita ma milanese di adozione, commediografo, critico e direttore fino al 1923 de La Lettura per Il Corriere della Sera. Un impegno che durò circa quattro anni, fino alla morte il 29 novembre del 1924 di Puccini. Giustamente a Viggiù con un fitto calendario di eventi si celebra fino al 26 aprile il centenario della prima rappresentazione del capolavoro pucciniano, in quanto proprio la verdeggiante armonia del luogo permise un lavoro accurato, fatto di scelte lessicali musicali e penetranti la psicologia dei personaggi. Sappiamo che a Simoni, come a Puccini, piaceva la pronuncia dolce di Turandot, senza la t finale, pur essendo meno rispettosa di quella etimologicamente più corretta. Una questione che interessa ancora alcuni ma che – a pensarci bene- poco serve ad apprezzare il valore dell’opera. Certamente si deve apprezzare il coraggio di Toscanini che non volle la presenza di Mussolini alla prima e che non volle suonare Giovinezza. Ma anche questa è un ‘altra storia. Utile, però, a ricordare come l’arte debba essere libera.