Storia

L’ANNO DEL MORAZZONE

SERGIO REDAELLI - 24/07/2026

Quattro secoli fa, in un giorno imprecisato del 1626, moriva Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone. Aveva 55 anni, lo sguardo affascinante dell’artista e i baffi da spadaccino sotto il naso diritto. La folta zazzera scura scendeva sulle spalle a spolverargli il colletto della camicia. Era un ottimo pittore. Amava le armi e gli piaceva dipingere soldati, corazze e scene di guerra più che i temi religiosi. Ma il lavoro è lavoro e bisognava adattarsi. Aveva cominciato a dipingere a Roma, ai tempi di papa Clemente VIII Aldobrandini: prima nella bottega del cavalier d’Arpino, poi da Ventura Salimbeni, negli stessi anni in cui operava a Roma Michelangelo Merisi da Caravaggio, genio irascibile e scontroso in cui riconosceva qualcosa di sé.

Entrambi individualisti, orgogliosi e facili a infiammarsi. Era stato costretto a lasciare Roma, dov’era ben pagato, per via di certi guai con le donne. Aveva una relazione con una signora della buona società. Di fatto era scappato. Tornato al nord era stato costretto a firmare con il nome del padrino di battesimo – Pietro Francesco Fachino – per non farsi riconoscere: Poi aveva girato molto. Aveva lavorato alla cappella di S. Giorgio nel santuario di Rho e al Sacro Monte di Varallo con l’Andata al Calvario. Aveva collaborato alla realizzazione di due Quadroni sulla vita di Carlo Borromeo nel duomo di Milano e a Varese, nella cappella del Rosario della basilica di S. Vittore, aveva dipinto un capolavoro: la Maddalena portata in cielo dagli Angeli.

Una sfida. Chi era Maria Maddalena? Una prostituta? Una nobildonna? Di volta in volta sembrava cambiare identità. Nel Vangelo di Luca è confusa tra le donne che seguono e assistono Gesù e i dodici apostoli con le loro sostanze. Tanto che un pittore fiammingo di fine ‘400 l’aveva raffigurata nei panni di una ricca dama con il mantello rosso, le perle e il vaso degli unguenti cesellato d’oro. Oppure raffigurata al sepolcro nelle miniature del ‘300 e nel Noli Me Tangere di Tiziano. Una donna perduta o forse eletta, chissà. Un personaggio biblico scambiato per un altro, secondo le interpretazioni talvolta travisate dai pittori e dai romanzieri sulla base della lettura dei Vangeli autentici e di quelli apocrifi, esclusi dal canone biblico.

Il Morazzone l’aveva dipinta con un corpo morbido e flessuoso, sensuale. Amava i personaggi autentici, presi dalla strada in tutta la loro enigmatica carnalità, spesso ritratti in teatrali scene di movimento. Si sentiva attratto dalla raffigurazione realistica della vita quotidiana, voleva ritrarre il popolo com’era, con immediatezza, la gente misera, i volti scavati dalla fatica e deturpati dalle malattie. Si era naturalmente imposto una severa autocensura per rispettare le volontà della committenza e adeguarsi allo spirito educativo del Concilio di Trento. I personaggi e le scene dovevano esprimere la pietà popolare, il sentimento religioso, il timore di Dio. Ma l’artista non poteva far tacere il proprio estro sanguigno, anticonformista e trasgressivo.

Secoli dopo, il grande critico d’arte Giovanni Testori trarrà ispirazione dalla Maddalena del Morazzone dandole del tu in un immaginario, poetico soliloquio in S. Vittore: “Ti sollevi dal circuito delle varesine tre valli o come Longhi diceva, su d’esse inizi il pas-d’adieu e balli. Gli angeli sono dell’estasi pestacea-pestante che ti rendono possibile essere insieme sconfitta ed invitante? Sembri danzante anche nel molliccio languore di questo santo odore in cui sprofondi benché portata al cielo nuda così senza nessun velo che non sia il lunghissimo oro-marcio dei capelli. Al vento l’inanelli che scende con la sera da Velate, là dove le viole sono nate che il Mazzucchelli, detto Morazzone, nel colore ha schiacciate per pittare il tuo federiciano borromaico piangere ed amare”.

Per i quattrocento anni della morte del grande pittore varesino, il Centro di Storie Locali dell’Università dell’Insubria ha ricordato la celebre mostra allestita a Villa Mirabello nel 1962 a cura di Mina Gregori, allieva del critico d’arte Roberto Longhi, che calamitò l’interesse degli intellettuali dell’epoca. Tradate richiama l’attenzione sugli affreschi nella chiesa del Crocifisso. Casa Macchi organizza itinerari nel paese natale e il Duomo di Como ospita fino al 31 dicembre una mostra dedicata agli anni di attività lariana con l’incoronazione della Madonna nella Sacrestia dei Mansionari, Caino e Abele, le Stimmate di S. Francesco, il Gonfalone di S. Abbondio, la lunetta con la Caduta degli Angeli e altre opere che l’artista realizzò tra il 1608 e il 1613. Varese, forse, potrebbe fare di più.