Si fermò, aveva fatto tutto; si fermò, chiuse gli occhi un attimo ripensando ai movimenti delle sue mani, quasi gustando quel suo plasmare la polvere e quel suo alitare la vita; si fermò un attimo e con gli occhi chiusi pensò che sì, questa volta, aveva donato tutto se stesso nel suo creare. Aprì gli occhi per guardare e vide: era cosa molto bella!
Fermarsi e guardare, fermarsi e gustare; sedersi forse proprio là dove si passa trafelati e sudati tutti i giorni, più volte al giorno; sì, là si passa sempre, si conoscono i sassi, le erbacce ed i fiori, i frutti che stanno crescendo e che si gusteranno; però ogni tanto, proprio lì, bisogna fermarsi, sedersi e orientare lo sguardo altrove. Lì si lavora, si fanno tante cose, si pensa e si progetta; tutte cose belle e feconde … guardando la terra. Ma se un giorno ti fermassi proprio lì, ti sedessi su quella terra e guardassi l’orizzonte potresti rimanere sorpreso. Ad esempio, al mattino presto ti potrebbe capitare di vedere l’ombra proiettata dall’aurora, un ombra lunga che con il suo ritirarsi veloce ti farebbe capire quanto corre questa terra che abbiamo sotto i piedi. È quasi incredibile vedere l’ombra del Sacro Monte oltrepassare il Lago Maggiore. Guardi e riguardi, ne segui i tratti sul Campo dei Fiori e lì non hai dubbi che si tratti del Monte su cui sei seduta, ma poi segui quell’ombra allungarsi sulla pianura, fino in Piemonte. Fermarsi e guardare dove ci proietta la luce della vita per rimanere senza parole scoprendo quanto grandi siamo, quanto è bella e buona la vita che siamo.
Fermarsi e guardare, contemplare come Dio l’opera delle proprie mani. Fermarsi e guardare per scoprire sorpresi dove siamo, chi siamo, cosa facciamo. C’è una bellezza che può sorprenderci ancora, c’è una bontà che ancora non avevamo assaporato.
Vorremmo fosse questo il dono di questa estate per tutti e per ciascuno. Non tanto il conoscere ed incontrare luoghi e persone diverse, ma fermarsi e guardare i propri luoghi, le persone con cui viviamo e soprattutto noi stessi, ma con uno sguardo calmo, pacificato, capace di stupore. Così abbiamo invitato i giovani a venire a condividere per qualche momento il ritmo della nostra giornata fatto di preghiera liturgica, lavoro, preghiera e studio personale e momenti fraterni. Nel cuore delle vacanze, nel tempo libero un tempo cadenzato da un ritmo abbastanza preciso e con le sue fatiche può sembrare un paradosso. Sì, è un paradosso che si può scegliere per ritrovare il valore del tempo, il tempo che nacque con la luce e con l’alternanza di giorno e notte, il tempo che è come il respiro della creazione, della creatura, del creare, anche del nostro creare. C’è un tempo per ogni cosa, ed ogni cosa ha il suo tempo. Non bisogna sempre correre, bisogna anche fermarsi; non si può sempre parlare, bisogna prima ascoltare; non si può sempre pensare, bisogna anche lasciar spazio all’estasi dell’attesa e dello stupore; è buona cosa fare cose in cui siamo bravi, ma si può anche provare a fare altro sperimentando con semplicità la propria inadeguatezza ed anche capacità inattese. Così il tempo della liturgia, che può sembrare lunghissimo o sorprendentemente veloce, apre all’ascolto ed abilita alla risposta; si ascolta la voce della Chiesa che canta al suo Sposo, ma si ascoltano anche le tante distrazioni che ci corrono dentro e ci mostrano di cosa siamo fatti; si può ascoltare una parola che dà luce alla vita o che è così tanto oscura da gettare intorno l’ombra della incertezza, del timore e del dubbio; e si risponde innanzitutto cercando di unire la propria voce e i propri gesti a quelli degli altri e poi lasciando interpellare i propri pensieri, i sentimenti e la vita. C’è il tempo del lavoro generalmente nell’orto: la concretezza della terra e della fatica e poi magari l’assaporare il frutto del proprio lavoro servito a tavola può aiutarci a riappropriarci della concretezza del nostro essere, della fecondità di ogni nostro lavoro ed impegno. C’è il tempo minaccioso e sorprendente del silenzio e della solitudine, il vuoto che fa emergere le tante presenze che ci abitano. C’è lo studio e la lettura: ascolti che dilatano il nostro orizzonte. C’è il confronto con gli altri in cui aprirci lottando contro tante chiusure e paure.
C’è questo e c’è tanto altro che non possiamo immaginare, ma che attendiamo come un dono. Tanti doni inattesi ogni giorno riceviamo se rimaniamo aperti, quell’apertura, paradosso della clausura, del sapere di abitare nella casa preparata per noi da un Altro che ancora e sempre ci custodisce e ci aiuta a far crescere la nostra umanità. Ma a ben guardare “clausura” può essere tutto il creato, casa plasmata da Dio per l’uomo, per incontrare l’uomo in ogni suo giorno, in ogni suo passo.
Ci sono tante cose nella vita, nella vita di tutti i giorni, nella vita di ogni uomo. Ci sono tante cose, forse troppe, forse contrastanti, magari dolorose o accompagnate da incertezze. E poi si desiderano tante altre cose, e se ne temono ancora altre. Ci sono tante cose e abbiamo bisogno a volte di fermarci e guardarle per stupircene ed immaginare che cosa stia per nascere. Ci sono tante cose, troppe cose e abbiamo bisogno di fermarci, di ascoltare, di lasciarci ascoltare, di accogliere uno sguardo dal di fuori di questo marasma che ci assedia. Fermarci, lasciarci guardare ed ascoltare: “è proprio bello” sì, sei proprio bello.