Quando sentii per la prima volta la voce di una segreteria telefonica rispondere ad una mia chiamata, chiusi subito la comunicazione. Poi lessi da qualche parte che il galateo suggeriva di rispondere, che non era educato chiamare e non parlare. Parlare con una macchina? Mi sembrava di essere fuori di testa. Inoltre le parole mi uscivano sbagliate, balbettavo. E non è che abbia superato del tutto questo fastidio, anche se adesso parlo persino con Alexa: le chiedo di memorizzare la lista della spesa, di mettere un timer, di riprodurre una stazione radio o della musica. All’inizio, dopo una sua risposta, dicevo anche grazie e poi mi davo della stupida. Adesso do della stupida a lei, quando mi risponde in modo assurdo: altro che intelligenza artificiale! le dico. L’aspetto positivo è che non si offende.
Non so se il mio rapporto con i robot andrà più avanti di così. Il progresso tecnologico mi affascina, ma interagire con una macchina come fosse un essere umano mi sembra squallido. Ha senso che i robot vengano utilizzati nei lavori pesanti, che eseguano gesti precisi più di quanto possa fare la mano dell’uomo, come nel caso di interventi chirurgici; che vadano in guerra al posto dei giovani – anche se l’ideale sarebbe che non ci fossero guerre, ovviamente. Ma creare robot in tutto simili agli umani – fino a renderli capaci di mostrare emozioni – perché siano di aiuto e compagnia alle persone sole lo trovo di una tristezza infinita. E penso che si debba essere poco lucidi, come me quando ringraziavo Alexa, per sentirsi gratificati dalla presenza di un finto amico.
Un’altra trovata che avrei fatto fatica anche ad immaginare è quella di simulare l’attività sui social di un utente defunto. Nel dicembre del 2025 Meta ha brevettato un sistema in grado di raccogliere tutto ciò che una persona ha fatto on line (messaggi, like, commenti, post) e di utilizzare questi dati per addestrare un modello che riproduca il suo stile e si comporti come farebbe lei se fosse ancora in vita. Oltre che macabro mi sembra dissacrante. E non ne capivo lo scopo, ma poi ho riflettuto sul fatto che più account attivi significa più dati, più traffico sulle piattaforme, maggiore possibilità di muovere denaro.
Il bisogno d’aria che questo mondo finto provoca in me mi rimanda ad una notizia che riguarda invece rapporti reali, tra persone vive: a Deventer, una città dei Paesi Bassi, gli studenti universitari possono trovare alloggio a titolo gratuito in una residenza per anziani. In cambio non devono prestare assistenza, ma semplicemente tenere loro compagnia per 30 ore al mese: una chiacchierata, una partita a carte, un pranzo insieme, una passeggiata. L’idea era nata per risolvere due problemi sociali: la solitudine degli anziani e il costo sempre più elevato degli alloggi per studenti. Col tempo, però, si è rivelata molto più di una soluzione pratica: i vecchi ritrovano il piacere di una vita sociale e i giovani ascoltano e custodiscono esperienze che altrimenti andrebbero perdute.
Quale robot, ancorché umanoide, potrebbe mai farlo?