Società

LA BIDELLA

GIOIA GENTILE - 24/10/2025

Si chiamava Pina. Noi studenti la chiamavamo zia, e la parentela ad honorem era così sentita da diventare parte integrante del suo nome: Ziapìna. Era la nostra bidella. Piccolina, capelli scuri raccolti in una crocchia, l’immancabile grembiule nero, il suo cubicolo era il nostro rifugio; i dolori, le paure, le gioie: ascoltava tutti i nostri problemi. Parlava e sorrideva poco, però capiva.

Se volevo evitare un’interrogazione, andavo da lei con una scusa: – Ziapìna, ho mal di pancia. – Ti faccio un’Erbamil? – Rispondeva subito (L’Erbamil era una nauseabonda tisana al gusto di camomilla, panacea per tutti i mali). Ma ero preparata – No Ziapìna, l’Erbamil non la digerisco – mentivo – mi faccia un caffè – Lei fingeva di credere al mal di pancia e al potere terapeutico del caffè e me lo faceva.

I bidelli sono sottovalutati. Spesso bollati come nullafacenti, sono invece maestri di pubbliche relazioni, soprattutto le bidelle: intermediarie tra studenti e insegnanti, confidenti e al tempo stesso severe consigliere dei ragazzi, un po’ sorelle e un po’ mamme, zie, appunto. Oltre alle tisane, hanno il ghiaccio per chi si fa male, i fazzoletti per chi piange, le bende e i cerotti per chi si procura qualche taglietto, persino gli assorbenti per le ragazze. Gli abbracci per chi soffre. Sono il punto di primo soccorso per ogni problema.

Quando sono ritornata a scuola da insegnante, ho potuto constatare quanto quell’immagine che di loro mi ero fatta fosse vera: ogni tanto mi prendevano in disparte e mi rivelavano, senza intenzione pettegola, qualche aspetto della vita dei ragazzi che avrebbe potuto farmeli trattare con maggiore comprensione. Oppure peroravano la loro causa, se capitava che una classe intera non avesse studiato per motivi di forza maggiore. Ma succedeva molto raramente, perché la bidella, come una brava zia, aveva a cuore il bene degli studenti e sapeva quali erano le richieste giuste e quelle sbagliate.

Oggi non li chiamano più bidelli. I nostri burocrati amano cambiare il nome alle persone e alle funzioni, con l’intento – errato – di aumentarne il prestigio sociale. Per un certo periodo sono stati “personale non insegnante”; poi i suddetti burocrati si sono accorti che anche il personale di segreteria non insegna e quindi li hanno chiamati “collaboratori del preside”. Denominazione che è ancora più ambigua, perché anche il cosiddetto vice-preside è un collaboratore, e perché il preside, ormai, se non mi sbaglio, non esiste più, deve essere chiamato dirigente. Insomma, si rasenta il ridicolo.

E pensare che “bidello” è proprio una bella parola: significa “messaggero” e suggerisce infinite possibilità. E poi è allegra, con quella doppia elle: sembra fatta apposta per sdrammatizzare e alleggerire la vita di studenti e insegnanti, funzione che si è dimostrata fondamentale nell’attività scolastica. Spero che i bidelli siano orgogliosi di chiamarsi così.