Attualità

L’UNIVERSALE RESISTENZA

SANDRO FRIGERIO - 24/10/2025

La celebrazione dell’Ottobre Varesino di Sangue

Cercare di ragionare, abbassare il volume. Evitare i toni aspri. Viene da Varese un esempio e un invito esplicito, buono per commentare qualche infelice espressione della politica interna e le ben più gravi tensioni del quadro internazionale. Anche se il professor Enzo Laforgia, assessore comunale alla Cultura, ha concluso la sua “lezione magistrale” in occasione della celebrazione dell’Ottobre Varesino di Sangue, in ricordo degli eccidi dell’autunno del 1944, con un poco rassicurante “la storia non insegna, non ha “mai insegnato”.

La storia non ha forse “Insegnato” – come suggerisce l’avvitamento di questi tempi in cui il vero valore e “algoritmo interpretativo” ad ogni latitudine sembra diventato il “ma ci conviene?”. Ma ha “replicato” se stessa. Il guaio è che c’è una crescente difficoltà ad ascoltare. Perché ascoltare costa fatica. Costa soprattutto “fare i conti con la storia”. E non solo dalle nostre parti, in Italia.

Certo non poteva passare inosservata l’uscita della ministra Eugenia Roccella (peraltro con deleghe per Famiglia e Disabilità, non per l’Istruzione, quindi anche fuori dal ruolo, ma ormai capita frequentemente) sulle visite scolastiche ad Auschwitz bollate come “gite” con, secondo la ministra, lo scopo prevalente della sinistra di attribuire a nazismo e fascismo l’antisemitismo e così delegittimare la destra. Sarebbe bastato ricordare che Gianfranco Fini, non un “sinistroide”, definì, poco prima del suo viaggio in Israele il fascismo “male assoluto”, indentificando nelle leggi razziali la sua vergogna più profonda.

Così il presidente varesino dell’Anpi Rocco Cordi poteva cogliere nel ricordo di quell’ottobre di 81 anni fa in cui vennero trucidati una dozzina di giovani, dei quali nove nel Luinese e gli altri a Varese, “uno dei sacrifici di sangue che hanno portato alla nascita della Costituzione”. Allo stesso modo, al prefetto Salvatore Pasquariello, che ha voluto fortemente essere alla ricorrenza (dove ha chiesto il minuto di silenzio per i carabinieri uccisi nell’attentato di questi giorni) toccava il compito di richiamarsi alle parole del Capo dello Stato e a quei valori della carta costituzionale che rispondono ai principi della dignità della persona, della solidarietà, della pace, della giustizia sociale, della vigilanza”, valori che permettevano al sindaco Davide Galimberti di chiamarsi “orgoglioso per il ruolo che il nostro territorio ebbe in quella drammatica fase storica, di quanti hanno sacrificato la vita per i valori poi trasfusi nella carta costituzionale”.

È toccato quindi all’assessore Laforgia articolare nella sua “lezione” (“ne ho fatte tante, anche nel mio ruolo di insegnante: forse sarà ora, anche per motivi anagrafici” di pensare ad un mio successore”, le non tanto sibilline e peraltro non isolate parole sul suo ruolo in politica) la consistenza di quelle pagine della Resistenza e con esse le “vittima civili, non casuali, ma per la prima volta ricercate e teorizzate in una guerra, addirittura dal comandante delle truppe tedesche in Italia, Albert Kesselring, inizialmente (1947) condannato a morte, poi all’ergastolo e infine (1952) rilasciato”.

Il primo piano le vittime varesine. Erano dei giovani, oggi diremmo giovanissimi, quasi tutti in età compresa tra i 20 e i 23 anni, tra i quali René Vanetti, rientrato dalla Grecia e poi dalla Svizzera e a capo della 148a “Brigata Matteotti”. Solo Walter Marcobi, a capo della comandante della 121° Brigata d’assalto Garibaldi, era l’”anziano”, con i suoi 30 anni, età in cui oggi ci si interroga sua che cosa si farà “da grandi” e non si immagina di essere torturati e uccisi il giorno dopo. Sullo sfondo, la realtà della Resistenza, con le migliaia di eccidi della popolazione, i 25 mila morti, di cui 13 mila civili, il pensiero di come già negli anni ‘20 la forza avesse sostituito ogni altro criterio o valore nell’esercizio nel potere e nella necessaria ricerca del consenso.

Inutile insomma meravigliarsi di quanto sta succedendo a Gaza, nel Medio Oriente (nessuna parola invece sull’ancora più sanguinoso conflitto dell’Ucraina ndr), quando anche la fame, l’uccisione sistematica di civili ha origini lontane.

Tutto bene quindi in una giornata in cui si è cercato accuratamente di smussare gli angoli, in cui tra i relatori il presidente dell’Anpi evitava accuratamente di usare la parola “genocidio” riferito alla Palestina, in favore del più neutro “sterminio”, in cui con autoironia ci si teneva volutamente lontani da parole che potessero anche solo turbare la presidente del Consiglio (peraltro mai citata) e si è evitato di dar fuoco alle micce su temi dell’ agone politico (qualche riferimento al ruolo post 8 settembre della X Mas, ma nessun riferimento ai temi delle modifiche costituzionali alla Giustizia e tanto meno al Premierato), tutti contenti insomma. Una pecca c’è, e non è da poco. Se la memoria dev’essere mantenuta, dove sono i corpi della rappresentanza civile, i nuovi giovani, le forze sociali e sindacali presenti col contagocce)? Se, come ha ricordato Cordì, meno del 50 per cento degli aventi diritto va a votare, per quel diritto appunto ripristinato dalla Resistenza, non sarebbe il caso di porsi delle domande, anche scomode, su ciò che davvero oggi ci sospinge?