Attualità

MISTERO GAZA

ROBERTO CECCHI - 24/10/2025

Tregua a Sharm el-Sheikh

Ovvia! finalmente ci siamo. Il primo, timido, esile “cessate il fuoco” tra Hamas e Israele c’è e, apparentemente, regge. Non c’è da fare altro che il tifo, un tifo sfegatato, perché tenga in eterno, sperando che qualcosa del genere possa accadere anche in Ucraina. Durerà? Chissà. Si continua a sentire di scaramucce (ancora con diversi morti) che non promettono niente di buono e qualsiasi notizia di cronaca sembra un pretesto per ricominciare, come il disarmo dei terroristi, che non sta avvenendo o la restituzione delle salme, che è ancora lontana da potersi dire conclusa. La preoccupazione per eventi del genere, che in un progetto di pace, tutto sommato, non dovrebbero preoccupare, qui suscitano allarme, perché è un accordo che nasce debole, imposto dalla volontà statunitense, ondivaga di suo, mossa dal desiderio di fare uno scoop a qualsiasi costo, in tempi stretti, per fini non proprio umanitari.

Durerà? L’accordo di Sharm el-Sheikh dell’8 ottobre nasce in un clima preoccupante di progressiva regressione democratica della società israeliana. Secondo alcuni recenti sondaggi, pare che la maggioranza della popolazione ritenga che “a Gaza non esistano civili innocenti”. È il portato, verosimilmente, di un clima politico e sociale avvelenato da “Governi sempre più spostati a destra [che] hanno eroso diritti civili e principi liberali: dalla legge del 2011 contro i boicottaggi politici a quella del 2014 che impone un referendum per ogni ritiro territoriale, fino alla legge del 2018 che riconosce l’autodeterminazione solo agli ebrei. L’assalto all’indipendenza della magistratura – con la riforma del 2023 – era un altro, decisivo passo per eliminare fondamentali vincoli democratici al potere e rimuovere così ogni ostacolo al vero obiettivo di Netanyahu: l’annessione della Cisgiordania (Bellini 2025)

E i venti punti del piano Trump non accennano neppure lontanamente a rimettere le cose in ordine, a dare una prospettiva per un futuro di pace reale, che non sia quello dell’imposizione della forza. Quei venti punti hanno uno sgradevole odore coloniale (da “colonialismo”, non da dopobarba). Prevedono una regia, a lungo termine, dello stesso Trump e dell’affarista Tony Blair, con l’invito a investitori internazionali a partecipare alla valorizzazione turistica del litorale della Striscia; l’Autorità nazionale palestinese è esclusa dagli accordi “almeno fino alla fine di un problematico processo di riforma; la riduzione dello Stato di Palestina a mera aspirazione, piuttosto che una prospettiva concreta a medio termine” (Bascone 2025).

La sensazione è che tutto si tenga, per ora, semplicemente perché Trump ha messo in gioco la sua credibilità e questo dovrebbe bastare per dissuadere chiunque da colpi di testa estemporanei. Insomma, finché regge la prospettiva di ricevere un Nobel, tutto si tiene. Dopo chissà. Nel frattempo però qualcosa di chiaro ce lo dovranno pur dire. Perché se, da una parte, siamo rimasti sbalorditi dalle capacità dell’intelligence israeliana di far esplodere, in un attimo, i walkie-talkie dei dirigenti di Hamas, “infettandoli” con degli esplosivi, dall’altra non si capisce come sia stato possibile che i terroristi abbiano costruito indisturbati dei tunnel sotterranei di chilometri senza essere fermati.

Dei veri e propri fortilizi, entro cui si nascondono milizie armate, armamentari vari, razzi ed esplosivi. Un po’ tutta la logistica di un’organizzazione terroristica grande come uno stato. Non si parla di un paio di cunicoli. Il «New York Time» ha documentato l’esistenza di una ragnatela di tunnel estesa per una lunghezza tra i 560 e i 720 chilometri, più della metropolitana di Londra, con 5700 accessi. Anche se questi numeri fossero solo una boutade giornalistica e la dimensione vera, invece, dovesse essere la metà o un terzo, si tratterebbe comunque di un progetto ingegneristico imponente, che deve aver visto l’impiego di un gran numero di escavatori, una quantità spropositata di movimenti terra. Di centinaia di persone all’opera e il getto di migliaia di metri cubi di calcestruzzo, coi relativi ferri. Com’è possibile che nessuno abbia visto? Non è stato il lavoro né di un giorno né di un mese. Anche ad occhio, non si trattava di cisterne per tenere il vino in fresco. Era la preparazione di un’infrastruttura strategica per portare la guerra. C’è qualcuno, di grazia, in grado di darci com’è andata davvero?