Pennsylvania Avenue

QUI NON PUÒ SUCCEDERE

FRANCO FERRARO - 24/10/2025

Giusto 90 anni fa, giusto in questi giorni d’ottobre, usciva ”It Can’t Happen Here” di Sinclair Lewis. Il protagonista è il senatore Berzelius “Buzz” Windrip, il perfetto outsider che nella fantasia dell’autore batte Franklin Delano Roosevelt – siamo nel 1936 – e conquista la Casa Bianca. Windrip diventa presidente sfoderando un programma inequivocabilmente populista: i Quindici punti della vittoria per gli Uomini Dimenticati. Un sistema d’azione che propone il totale controllo statale della finanza, la nazionalizzazione dei servizi pubblici, la subordinazione dei sindacati al governo e, soprattutto, ridotto il Congresso a organo consultivo, la concentrazione dei poteri nelle mani del presidente. Buzz, appunto, che Lewis descrive così: ”Il senatore era volgare, quasi analfabeta, un bugiardo in pubblico facilmente smascherabile, e nelle sue “idee” quasi idiota, mentre la sua celebrata pietà era quella di un commesso viaggiatore di arredi sacri, e il suo ancor più celebrato umorismo il subdolo cinismo di un negozio di campagna. Di certo non c’era nulla di esaltante nelle parole stesse dei suoi discorsi, né nulla di convincente nella sua filosofia. I suoi programmi politici erano solo le ali di un mulino a vento”.

Eppure questo politico rozzo e incolto batte – nel romanzo – quel Roosevelt che lanciando il New Deal è riuscito a tirar fuori l’America dalle sabbie mobili della Grande Depressione. E che – nella storia americana – dopo aver vinto nel 1932 fa il bis proprio nel 1936. Lewis invece immagina Roosevelt perdente nello scontro con Windrip: il clamore non esplode nella sconfitta del primo, quanto nella vittoria del secondo. Il classico underdog che però parla alle masse, alla loro pancia affamata, alle loro speranze inaridite come i campi brulli del Midwest di allora. Buzz entra alla Casa Bianca chiudendosi alle spalle la porta della democrazia e inaugurando un autoritarismo cieco e violento. Ne è il campione assoluto. Punta alla mente degli americani poco scolarizzati, gente semplice, operai a Detroit o agricoltori della Corn Belt, facilmente circuibili, soprattutto quando il Paese è economicamente in ginocchio. Meglio dribblare gli strati sociali culturalmente avanzati. Non a caso, molti anni dopo l’uscita del libro, Timothy Sandefur, nel suo saggio Freedom’s Furies scriverà che “Lewis ha rivelato il modo in cui la tirannia moderna maschera la sua violenza essenziale sotto banalità”. C’è chi ha parlato di analogie tra la dittatura di Windrip e il regime di Hitler. Lo ha fatto sbagliando all’origine: Windrip non è un seguace del nazismo, ma solo un ricco truffatore, un incallito speculatore, un fuoriclasse della demagogia. E quando questa non funziona, si arrabbia: ”Dopo diciotto mesi di presidenza era furioso perché Messico, Canada e Sud America (ovviamente di sua proprietà, per destino manifesto) rispondevano bruscamente alle sue scarne note diplomatiche e non mostravano alcuna disponibilità a entrare a far parte del suo inevitabile impero. E ogni giorno pretendeva dei sì più forti e convincenti da tutti coloro che lo circondavano”. E quando non sa cosa dire sventola i valori americani: bandiera, bibbia e famiglia. Con una pennellata di fascismo. Harrison Evans Salisbury in The Many Americas Shall Be One (1971) ha osservato: “Sinclair Lewis ha giustamente previsto in It Can’t Happen Here che se il fascismo arrivasse in America arriverebbe avvolto nella bandiera e fischiettando ‘The Star Spangled Banner”. E lo stesso Lewis, in un successivo romanzo, Gideon Planish (1944), farà dire al protagonista: ”Vorrei solo che la gente non citasse Lincoln o la Bibbia, o non appendesse la bandiera o la croce, per nascondere qualcosa che appartiene più al libretto di risparmio e alle tre palle d’oro.” Finisco qui la recensione di “Qui non può accadere”. Chissà perché mi è venuta voglia di scriverla ora.