Che cosa resterà degli anni Ottanta, così cantava Raf. Tutto sommato in quella domanda era implicita la risposta, visto che dobbiamo sempre tener presente di come cambiano le condizioni storiche. Ma possiamo ancora chiederci che cosa sia rimasto, almeno nelle nostre coscienze, di quel 26 aprile 1986. Era l’1:23, ora locale, quando vi fu un’esplosione al reattore 4, RBMK. La sigla è tristemente nota, anche perché fino a due anni fa – si dice – in Russia vi erano ancora in funzione sette reattori di quella classe che associamo al disastro di Chernobyl.
Il nome di quella cittadina, situata a circa cento chilometri a nord di Kiev ci obbliga a ricordare che esisteva l’Urss e che la centrale di Chernobil, colpita da un drone russo nel febbraio di quest’anno, ora è in Ucraina. Il Segretario Generale del PCUS dell’URSS era Micahail Gorbaciov. In Italia Presidente della Repubblica era il democristiano Francesco Cossiga e presidente del Consiglio il socialista Bettino Craxi. Davvero lontano e diverso quel 1986.
I genitori degli adolescenti di oggi non possono ricordare la paura della nube invisibile che dall’Urss giunse in Europa e i divieti di allora, come non mangiare verdure dalle foglie larghe. Sembrano davvero lontane le parole scritte sul numero 1 de Il Federalista del 1987: “Dopo il grave incidente di Chernobyl e l’allarmata reazione dell’opinione pubblica si è avviata in tutti i Paese una salutare riflessione sul problema energetico”. Se si è pessimisti si ha qualche dubbio sulla salutare riflessione, se si ha un approccio più positivo si riflette con senso critico sul percorso normativo dell’UE in relazione alla sicurezza nucleare.
Innegabilmente molto è cambiato dal trattato del 1957, Euratom, che dava indicazioni sull’energia nucleare necessaria allo sviluppo economico. Anche se non studiosi sappiamo la differenza tra fissione nucleare e fusione nucleare e distinguiamo il rischio per l’umanità e per la natura tra armi nucleari e l’auspicata energia pulita legata al nucleare. Forse davvero dobbiamo non solo ammirare ma appropriarci dell’idea di ecologia integrale di Papa Francesco.
Forse dobbiamo capire che la Giornata della Terra del 22 aprile non è solo un rito celebrativo. Forse non ci basta la Giornata internazionale in commemorazione del disastro di Chernobyl, istituita dall’ONU. È certo, però, che più di 8 milioni di persone almeno nei tre paesi, Bielorussia, Ucraina e Russia, sono state esposte alle radiazioni nucleari. Ed è altrettanto certo che l’uomo per sopravvivere deve superare i traumi, come fu il disastro del 26 aprile del 1986, ma non può addormentare la propria coscienza.
E allora perché non leggere (o rileggere) Preghiera per Černobyl, libro di Svjatlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura del 2015? “Černobyl è ormai diventato una metafora, un simbolo. È perfino diventato storia. Sono state scritte decine di libri, girati migliaia di metri di pellicola, ci sembra di sapere tutto quello che c’ è da sapere: fatti, nomi, cifre. Cosa possiamo aggiungere ancora? Inoltre, è perfettamente naturale che la gente voglia dimenticare Černobyl e preferisca pensare che appartiene ormai al passato… Questo libro non parla di Černobyl in quanto tale ma del suo mondo. Proprio di ciò che conosciamo meno, O quasi niente. La storia mancata…