
“Hai cantato tutta l’estate. Adesso balla!” Più ci penso, più mi diventa odiosa la formica della favola di Esopo. E pensare che la cicala le aveva allietato il lavoro, le aveva reso sopportabile la stagione calda, le aveva ricordato che, mentre si arrabattava sul terreno e guardava solo in basso, c’erano anche degli ulivi, sopra di lei, e un cielo e, infine, la bellezza.
Anche Gianni Rodari non la pensava come Esopo: “Chiedo scusa alla favola antica / se non mi piace l’avara formica / io sto dalla parte della cicala / che il più bel canto non vende…/ regala!
Eh sì, la cicala è la colonna sonora dell’estate, di quelle giornate di estate piena, impietose di caldo e di luce, quando sembra che tutto resti immobile e anche la vita si fermi e invece lei, con il suo frinire impazzito, afferma che è proprio lì che la vita si realizza. Tranne Esopo, l’avevano capito già gli antichi Greci – e i Cinesi e i Giapponesi. Le donne greche usavano adornare i capelli con cicale d’oro; alcuni si portavano a casa quelle vere in piccole gabbie per sentirle cantare; anche Omero, volendo fare un complimento ai saggi raccolti attorno a Priamo, li paragona alle cicale “dalla voce fiorita”.
Ma chi le nobilita è Platone, che nel Fedro racconta che originariamente erano uomini vissuti prima che nascessero le Muse; quando queste nacquero e comparve il canto, essi ne rimasero così conquistati che cominciarono a cantare, dimenticandosi di mangiare e di bere fino a morire. Le Muse, allora, compassionevoli, li trasformarono in cicale, capaci sin dalla nascita di cantare senza mangiare né bere e con il compito di andare tra gli uomini di quaggiù e riferire quali Muse essi onoravano.
In ogni caso, con buona pace di Esopo, la cicala non sarebbe mai andata a chiedere cibo alla formica all’inizio dell’inverno, perché vive una sola stagione e all’inverno non ci sarebbe mai arrivata. Il suo canto, molto probabilmente, è un richiamo sessuale. Dopo l’accoppiamento, depone le uova nel terreno, dove restano per parecchio tempo – a volte anni – finché le larve non diventano adulte, salendo sugli alberi per la loro breve stagione di canti. Per questo motivo, in diverse culture sono state considerate simbolo di una vita che non finisce, ma si rinnova in un ciclo perenne.
A me piace pensare che il loro frinire non sia soltanto il modo in cui la natura garantisce la conservazione della specie, ma la scelta consapevole di dedicare quel breve periodo a ciò che veramente conta: la bellezza della musica, di un inno alla luce e alla gioia di vivere; come se, dovendo scegliere tra spirito e materia, sapessero per istinto ciò che è più importante. Lasciatemelo credere: quando sento frinire le cicale, coltivo solo pensieri e sentimenti positivi; e solo allora mi sembra di vivere l’estate.