Opinioni

CITTÀ INVISIBILE

ROBERTO MOLINARI - 25/07/2025

In queste ultime settimane, per diverse ragioni, mi sono confrontato con alcuni colleghi assessori ai servizi sociali. Devo dire che le valutazioni che abbiamo fatto circa la nostra quotidianità sociale sono state identiche. In sostanza, ci unisce il paradosso di conoscere più di altri, attraverso il nostro mandato, quella che abbiamo definito come la “città invisibile”.

Perché il paradosso? Perché a fronte di città dove sembra che la lettura dell’insieme sia condizionata dal tema sicurezza, o, all’opposto, dall’idea di un relativo benessere se non di ricchezza, soprattutto qui nel profondo Nord, ebbene, a tutto questo, noi assessori al Welfare ci poniamo con un paradigma alternativo, ma che dà il senso della complessità che ci circonda e della nostra capacità di conoscenza.

Mi spiego meglio. La situazione che vediamo non oscilla tra città che sembrano essersi trasformate in Gotham City o in luoghi di benessere e ricchezza diffusa, ovviamente a seconda di dove si abita e del colore politico di chi amministra. Viceversa, mi permetto di dare una lettura diversa, alternativa. Io penso si sia nell’epoca del “caleidoscopio”. Un caleidoscopio che si presta anche a visioni in contraddizione tra loro e questo perché la realtà delle nostre città è divenuta così complessa e così di difficile interpretazione che necessita approcci nuovi ed innovativi, ma partendo da una lettura post-ideologica.

Così, sinteticamente, abbiamo situazioni di disagio che si manifestano in maniera diversa e che attraversano tutte le generazioni. Così abbiamo ricchezza ancora diffusa e modesto benessere, ma anche sacche di sofferenza e povertà economica mai viste.

Così abbiamo situazioni di disagio psichiatrico, di comportamenti devianti che hanno natura economica, ma sono anche frutto di fragilità psicologiche. Vuoti educativi figli della crisi del ruolo degli adulti. Così come abbiamo iniziative e attività educative, fondazioni, volontariato e terzo settore che esprimono vitalità e operosità tanto efficaci da, talvolta, sostituirsi allo Stato stesso e alle sue mancanze.

A fronte di queste dinamiche noi che siamo titolari di questo ramo dell’amministrazione che si deve occupare di Welfare incontriamo quotidianamente quella che è la “città invisibile” e meglio sarebbe dire la “città degli invisibili”. L’urbe, direbbe qualcuno, di coloro che la maggioranza dei nostri concittadini si accorge che esistono solo nel momento in cui vedono un titolo su un giornale o li incontrano più spesso di altre volte in strada, sui marciapiedi con un cartello o con una coperta. Già, ma ai sociali “la città invisibile”, noi, la vediamo tutti i giorni.

Insomma, c’è intorno a noi un paradosso ed una ipocrisia di fondo, se mi si permette la battuta sopra le righe. Se il cittadino non si accorge del disagio che c’è intorno a lui è perché i servizi sociali (ma non solo) intervengono, tamponano, risolvono e quindi tutto va bene. Nel momento in cui, invece, si assiste al fatto eclatante, nel momento in cui il giornale riporta una foto, nel momento in cui le persone scrivono lettere o si vedono in strada o perché qualcuno si sente “disturbato” nella sua quotidianità, ebbene, la percezione cambia e allora si assiste alla levata di scudi dei diversi.

E allora si sente la voce “già ma il Comune che fa?”, come se noi fossimo onnipotenti e con risorse (economiche ed umane ) infinite. Ebbene, la realtà è molto più complessa. La “città degli invisibili” esiste da molto ed è affidata ai servizi sociali oltre che a tutto quel meraviglioso mondo che è fatto dal terzo settore e dal volontariato. La “città invisibile” è intorno a noi e dentro le nostre città ed è fatta da centinaia di persone che hanno una sofferenza dove il sociale nelle sue diverse componenti ed il Pubblico attraverso i Servizi Sociali provano a riparare le ferite aperte, ma sempre più spesso con meno risorse e possibilità.

Ed allora ecco la mia percezione anche di un tasso di ipocrisia da parte di molti o di superficialità. Si vogliono le strade linde, asfaltate, pulite, si vogliono i divertimenti serali per tutti, si vogliono i grandi spettacoli e le infrastrutture ovunque e per tutti, ma poi si vogliono anche i servizi per tutti e magari anche gratis. Ma le risorse sono finite e la città invisibile è solo destinata a crescere ancora. Forse è giunto il momento di porre degli interrogativi più profondi e di chiederci dove vogliamo portare la nostra società, il nostro mondo, il nostro Welfare o se, viceversa, vogliamo solo lo Stato minimo con un suo sempre più ridotto ceto medio, una sempre più ampia fascia di poveri ed un ridottissimo nucleo di benestanti. Insomma, la scelta è tra “il non lasciare nessuno da solo” e “ognuno si arrangi”.