Attualità

EKRANOPLANI

FLAVIO VANETTI - 25/07/2025

Sembra proprio che i cinesi stiano raccogliendo il testimone dai russi, meglio da quella che un tempo era l’Unione Sovietica, sulla tecnologia WIG (Wing in Ground effect) degli ekranoplani, i velivoli “minotauro”, un po’ navi e un po’ aerei. Anzi, idrovolanti con ali tozze e piani di coda enormi, in qualche caso – così ricorda la storia – addirittura giganteschi.

Tutto nasce da una fotografia apparsa sui social media e poi rilanciata da pubblicazioni specializzate, in particolare Naval News (“È qualcosa di nuovo e di mai segnalato in precedenza”), per essere infine valutata dagli esperti. L’immagine, per quanto sgranata, è chiara e sembra non lasciare dubbi: le ali corte, la parte retrostante voluminosa, i quattro reattori piazzati in fila sopra le ali e su una parte del dorso della fusoliera conducono proprio al concetto di questa tipologia di mezzi di trasporto, tanto affascinante e carica di storia quanto alla resa dei conti sfortunata nelle applicazioni. Peraltro, proprio i cinesi utilizzando piccoli ekranoplani per usi civili (impiegati nei laghi) hanno spiegato che sotto la brace c’è un fuoco tutt’altro che spento. E magari nel futuro potrebbe ravvivarsi in modo deciso.

Intanto tutti si stanno dando da fare per capire a che cosa serve quello che è già stato ribattezzato “Il Mostro del Mare di Bohai”, dal nome dell’omonimo specchio d’acqua che bagna la costa nord-orientale della Cina. Il velivolo presenta lo scafo di un idrovolante con coda a “T” e due stabilizzatori verticali. È una soluzione non presente sugli aerei normali, ma nel passato è stata adottata proprio sugli ekranoplani sovietici: questo aumenta l’idea che siamo di fronte a un loro “nipotino”, sospetto avvalorato pure dall’apertura alare relativamente corta, dalla già citata coda ampia, oltre che dagli ugelli dei reattori leggermente appiattiti che suggeriscono una spinta angolata verso il basso. Le dimensioni del velivolo sono vagamente simili a quelle di un nuovo idrovolante anfibio cinese, l’AG600, progettato per varie missioni, tra cui quelle di rifornimento, ricerca e soccorso. La colorazione è grigia e quindi l’impiego è di ordine militare, anche per sfruttare il fatto che gli ekranoplani se da un lato hanno il difetto di dover operare in acque sufficientemente calme, dall’altro hanno il vantaggio, grazie alle basse quote, di sfuggire a quasi tutti i sistemi radar. Non resta allora che attendere: dato che gli ekranoplani sono stati concepiti anche per il trasporto veloce di truppe, si teme che un “coso” del genere possa rientrare nei piani poco amichevoli che la Cina ha verso Taiwan.

Peraltro, da un punto di vista strettamente tecnologico, non è una cattiva notizia che si riprenda una strada aperta, come detto, molto tempo fa e che di tanto in tanto si torna a pensare di percorrere. Gli americani, per dire, stanno lavorando a una versione leggera, elettrica e ad uso civile degli “ekrano”, denominata Seaglider: il lancio è previsto giusto entro il 2025. Inoltre qualche anno fa avevano varato il programma “Ekranoplan Liberty Lifter” lanciato dalla DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) con lo scopo di creare ibridi che decollano dall’acqua ma che possono riposizionarsi pure sulla sabbia di un litorale. Creazioni tecnologiche che solo per brevi tratti sono in grado di volare in alto, ma che in compenso sfrecciano sopra le onde sfruttando il già citato WIG, ovvero la sovrappressione che si manifesta tra le ali e il suolo quando si opera ad una quota inferiore all’apertura alare: il risultato è che la portanza aumenta.

Gli ekranoplani erano il frutto di una buona idea dei sovietici, sviluppata a partire dagli anni 50 dall’ingegnere navale Rotislav Evgenevic Alekseev con il contributo di un italiano di Fiume, Roberto Bartini, emigrato a Mosca nel 1923 per motivi politici. Nacquero vari modelli, alcuni lanciamissili (il Lun), altri enormi e terrificanti come il “Mostro del Caspio” che tenne impegnati per un bel po’ la Cia e i satelliti spia, altri infine, tipo l’Orlyonok, dalle dimensioni più contenute e concepiti pensando anche a uno sviluppo passeggeri e commerciale.

Gli americani si spaventarono non poco, affidarono la risposta all’ingegnere aeronautico tedesco Alexander Lippisch (ndr: a differenza del collega sovietico non partì dall’acqua, bensì dall’aria), però poi ringraziarono la storia perché dopo la caduta del Comunismo i pochi ekranoplani messi in linea fecero una fine ingloriosa. Furono dimenticati, lasciati arrugginire, spiaggiati come il Lun, che si trova a Derbent, in Daghestan, senza essere ancora riuscito a diventare l’attrazione di un parco giochi.

Una tecnologia tanto interessante, per quanto molto attraente per i militari e con un dilemma di fondo a livello normativo (gli ekranoplani sono da inquadrare come navi o come aerei?), meritava una sorte migliore. Una nave può portare una grande quantità di carico utile, ma è vulnerabile. Un aereo ha la velocità dalla sua, però è molto meno capiente e ha la necessità di lunghe piste per decollare. L’ekranoplano fonde i pregi degli altri due mezzi, riduce le controindicazioni e, partendo dall’acqua, ha maggiore flessibilità, detto che per brevi tratti può pure raggiungere medie altitudini. Insomma: non sempre ibrido è sinonimo di compromesso negativo. I cinesi – assieme agli americani – pare l’abbiano capito.

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