
Che cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro prossimo venturo? Credo sia una domanda che parecchi di noi si stiano facendo, magari senza darlo a vedere. C’è il timore che tutte queste tensioni che attanagliano i nostri confini, prima o poi, possono portare ad un ampliamento dei conflitti e possono coinvolgerci. Papa Francesco aveva parlato di quel che sta accadendo, come di una “terza guerra mondiale a pezzi”. E gli avvenimenti successivi, come l’attacco fulmineo israeliano all’Iran, fanno temere che avesse ragione da vendere. Quello che preoccupa è sentir dire che la situazione attuale è analoga a quella degli anni ’30 del secolo scorso, che portò alla Seconda guerra mondiale. Si toccava con mano, allora, che certe tensioni avrebbero innescato un conflitto. La parte più attenta della collettività lo aveva previsto, messo in conto. Se ne parlava e se ne scriveva parecchio, perché c’erano segnali evidenti della possibilità di un evento disastroso. È la stessa cosa?
Allora, erano tensioni dovute soprattutto alla fine della Prima guerra mondiale; alla sconfitta bruciante subita dalla Germania; al Trattato di Versailles che aveva imposto ai tedeschi un conto salatissimo, con sanzioni, perdite territoriali e restrizioni militari. Che produrranno risentimento e instabilità. Un impoverimento pauroso della popolazione, con livelli d’inflazione inimmaginabili, per cui, si dice che fosse diventato più conveniente tappezzare le pareti di casa con i Papiermarck (il marco di carta), piuttosto che tinteggiarle. Una situazione in cui fu facile far diventare patrimonio comune il mito della rinascita, un ritorno alle origini, immaginando addirittura una consanguineità tra Greci e Germani, in un rapporto di filiazione culturale, per cui “l’antica Grecia rappresentava la patria originaria del popolo tedesco, e a sua volta la Germania la terra promessa, destinata a ospitare gli dei olimpici ritornati a salvare l’umanità”. Parole d’ordine forti, capaci di affascinare e che favoriranno la nascita del nazismo, delle sue ritualità e dei suoi miti folli.
Propositi al limite dell’allucinazione, se non allucinazione pura. Ma si trattava comunque di progetti, organizzati accuratamente sotto tutti i punti di vista. Mentre quel che succede adesso è improvvisazione. Putin che tenta d’invadere l’Ucraina (2022) e rischia, soprattutto all’inizio, di essere ributtato indietro, non dà l’idea di perseguire un progetto di un qualche respiro. Ma di cogliere un’opportunità, come aveva fatto qualche anno prima, con la Crimea (2014). E ritenta la sorte, adesso, sfruttando le debolezze statunitensi, di Biden in particolare, che abbandona l’Afganistan (2021) in fretta e furia, dichiarando di volersi astenere, per il futuro, dal ruolo di sceriffo del mondo che gli USA avevano esercitato fino ad allora. L’arrivo di Trump ha dato fiato ulteriore a questa bravata, perché in campagna elettorale dichiara addirittura di considerarsi isolazionista. E dunque, disinteressato alle sorti del mondo.
Un secondo elemento di tensione è la storia di Israele-Striscia di Gaza. Nasce da un attacco terroristico di Hamas di una brutalità senza eguali (7 ottobre), con l’uccisione e il sequestro di centinaia di persone innocenti. Difficile comprenderne le finalità di questo gesto, perché era da mettere in conto una reazione dura, durissima da parte israeliana. Una reazione che però non si discosta dalla linea di brutalità subita. Gli attacchi della stella di David, adesso, sono rivolti ad una popolazione inerme e assomigliano sempre di più ad un progetto di pulizia etnica. Anche in questo caso non c’è traccia di progettualità (né dall’una né dall’altra parte), se non la vendetta. Che non porterà a niente, ma solo altro odio, quando, invece, la soluzione dovrebbe essere il dialogo.
L’ultima tensione è rappresentata dal conflitto economico dichiarato dagli USA contro il resto del mondo. È impossibile dire di che cosa si tratti. In molti hanno cercato di trovare una ratio tra dazi che ballano dal 30 al 50, da10% a chissà che. Non c’è una logica. Non c’è un progetto. Come ha scritto qualcuno, “Forse dovremmo rassegnarci a mettere da parte i canovacci, i modelli di previsione e a seguire, semplicemente giorno dopo giorno” (Corsera, Sarcina, 18.7.25). Lo dovremo fare con pazienza, senza perdere la calma, come sta facendo la Cina. E lo dovremo fare tenendo in mano il De senectute di Cicerone, dove si dice, tra l’altro, che “il conversare calmo e disteso si addice a un vecchio e i suoi discorsi eleganti e dolci si conciliano da soli l’attenzione del pubblico”, mentre “una giovinezza sfrenata e intemperante consegna alla vecchiaia un corpo esaurito”. Che sia questa, alla fine, la chiave di tutto? Che sia una questione d’età? Insomma, forse, non siamo di fronte ad una replica della situazione degli anni ’30, ma ad una pantomima.