
Matteo Ricci, grande missionario in Cina nel ‘500, intitolò il suo primo libro in cinese Dell’Amicizia: un tema che univa il vangelo, la cultura locale e l’umanesimo cristiano. «Se nel mondo non vi fosse amicizia – scriveva Ricci – non ci sarebbe allegrezza» descrivendo quel movimento che muove il cuore dell’uomo e attira a Gesù.
La citazione mi è tornata in mente dopo aver raggiunto telefonicamente don Paolo Costa sacerdote della Fraternità San Carlo Borromeo, da più di vent’anni in missione a Taiwan dove ha la responsabilità di due Parrocchie, la San Francesco Saverio e la San Paolo insieme ad altri quattro fratelli. Alcuni di loro insegnano all’Università cattolica di Taipei, capitale dell’isola. In quest’angolo asiatico che la Cina considera so, parlare con questi sacerdoti è innanzitutto ascoltare storie di singoli uomini, donne, ragazzi, bambini incontrati ed ora chiamati per nome. Volti non cifre.
È il caso di En Zhao e suo fratello, conosciuti perché, con alcuni ragazzi, i missionari sono andati a trovarli a casa su invito del nonno, che è un loro parrocchiano. «Siamo stati insieme, abbiamo parlato, cantato e mangiato – raccontano – En Zhao ha detto che durante l’estate si era sentito molto solo e che quella domenica passata insieme è stata uno dei giorni più belli». Da poco ha ricevuto la Cresima.
«I giovani che conosco – racconta don Emanuele Angiola che insegna italiano all’Università – restano stupiti dal fatto che conosca i nomi di ciascuno di loro. Qui neanche gli insegnanti fanno così». La luce dello studio di don Emanuele è sempre accesa. Gli studenti guardano, bussano, entrano. Sanno di una persona disponibile ad ascoltare.
«Con una quindicina facciamo il giovedì sera un incontro che chiamiamo “raggio”. A tema domande sulla libertà, sul desiderio, sul senso dello studio e della vita, sulla morte». Domande che qui a Taiwan è raro sollevare perché considerate inutili anche in famiglia. Quasi nessuno dei partecipanti è cattolico. Si semina a tempi lunghi ma quando il fiore sboccia sono miracoli: «Allegra – prosegue don Emanuele – ha scelto questo nome per il suo battesimo. Un cammino durato una decina d’anni tra aperture, chiusure. Ma alla veglia dei movimenti in San Pietro a leggere in pubblico l’unica intenzione in cinese della preghiera dei fedeli era Allegra».
In un Paese dove i cattolici sono meno dell’uno e mezzo per cento della popolazione e l’offerta religiosa spazia dal taoismo al buddismo alle credenze popolari, convertirsi a Cristo vuol dire cambiare mentalità, un po’ come accadeva ai primi cristiani. Compito non facile in un paese dal grande orgoglio identitario e dove lo straniero è ancora sottilmente percepito come estraneo alla plurimillenaria cultura cinese.
Non tutti accettano la sfida ma alcuni ci provano. Come A-Xin donna di mezza età e frequentatrice della parrocchia. Alla fine del campeggio estivo, un evento sempre molto partecipato, ha detto: «Sto capendo sempre di più che la fede per voi c’entra con tutto quello che proponete. Noi taiwanesi per tradizione siamo molto attenti nel cercare di valorizzare tutti, perché nessuno si senta escluso. Così, è tipico che durante un’assemblea si applauda comunque quello che dice ognuno. Per voi invece è diverso. Quelli che parlano vengono presi sul serio ma senza applausi. Così si educa la gente a porre lo sguardo sull’essenziale e non sul riconoscimento personale».
Un incontro personale, quello cristiano, che si declina attraverso le celebrazioni in parrocchia, le scuole di comunità (momenti di formazione cristiana), la visita agli anziani di una casa di riposo, ma anche le cene, i canti e momenti di festa. In un Paese fortemente individualista ma profondamente fragile, la missione della San Carlo ricorda quel granello di senape di cui parla il Vangelo. Piccolo ma solo all’apparenza.