Attualità

NATURALMENTE ITALIA

FABIO GANDINI - 25/07/2025

Con gli occhi della mente stiamo ancora passando in rassegna i volti puliti, timidi (di quell’insicurezza che incute un mondo non ancora svelato in pieno) ma allo stesso tempo sfrontati (come spirito di gioventù comanda) dei ragazzi azzurri che hanno regalato all’Italia la medaglia d’oro agli Europei di Pallacanestro non più tardi di domenica scorsa.

Li guardiamo e immaginiamo quale grazia divina sia la possibilità di trasformare i propri sogni in realtà: loro ce l’hanno fatta. E il divino lo hanno accarezzato con gesta che ne hanno attratto la benevolenza, mettendo in campo sublimi virtù sportive, incantando per le loro qualità e aizzando la fantasia nell’immaginare quali strade si potranno aprire, grazie a loro, nel futuro dell’Italia e del movimento cestistico nazionale.

Si chiamano Francesco Ferrari, uno spilungone dinoccolato che tratta la palla come se suonasse al pianoforte una sinfonia di Bach, e Stefano Trucchetti, visione di gioco, fisicità e fantasia, ma anche Osawaru Osasuyi e Charles Atamah, marcantoni che dominano sotto le plance e che con il loro cognome rivelano un’origine familiare lontana dai nostri lidi, e pure David Torresani e Leonardo Marangon, che quell’origine lontana la evocano con le loro fattezze.

Si chiamano Elisee Assui, un piccolo toro dalle mani gentili, pur animate da una possenza degna di Ursus, che la Varese che ama la palla a spicchi da tempo coccola, ammirandone la crescita, cullandolo tra le proprie speranze più recondite, sottolineandone orgogliosa le gesta: un figlio del popolo, finalmente, un varesino per Varese, quarant’anni dopo Andrea Meneghin.

Osawaru, Atamah, Assui, così come Marangon e Torresani, ad alcuni non vanno bene. Perché hanno la pelle nera o perché il loro cognome così tanto diverge da Rossi, Puricelli o Brambilla.

Niente di nuovo, nel buio della ragione che attanaglia parte dell’odierno: nessuna sorpresa che la foto che li ha fatti conoscere al mondo, scattata e pubblicata prima dell’impresa sul campo, abbia scatenato – tramite i social – una cloaca di commenti razzisti il cui senso si ripeteva uguale come  uguale è una fila di pecore: non siete italiani.

Ma se le bestie non fanno più notizia, le vittorie invece la faranno sempre. L’Italia che ha scalato il basket del Vecchio Continente è stata per l’ennesima volta il “fatto” che ha superato le parole, in particolare quelle gettate al vento da ignoranza (perché il razzismo tale è) e cattiveria. È stata la naturale – e quindi perfetta – rappresentazione di un mondo che sistema se stesso senza badare a chi lo vuole squassare, trovando il proprio equilibrio con l’ausilio di pesi che non passeranno mai di moda: il lavoro, il sacrificio, l’umanità, l’accoglienza, la libertà.

Riguarda Varese, non solo l’Italia. Perché i guastati di cui sopra sono tanti anche sotto le Prealpi, in questa città dove certe storture albergano – pure orgogliosamente – la mente di molti, dove a votare per una diversa regolamentazione dei tempi della concessione della cittadinanza va nemmeno il 28% degli aventi diritto, dove esistono non uno ma addirittura due “Team Vannacci”, come si chiamano i gruppi di fan dell’ex generale di cui è noto cosa pensi a proposito di omosessualità, disabilità, femminismo e – soprattutto – immigrazione.

La Varese di Assui è, anche, questa. È la città che ha fatto di Elisee un talento da coccolare e in cui credere, ma anche quella dove non tutti capiscono che italiano a tutti gli effetti è chi lo è nel cuore e nei documenti, nei sogni e nelle scelte.

La Varese al contrario di un’Italia al contrario di un mondo al contrario. Certo, il loro.