Editoriale

PELLEGRINAGGI

ROMITE AMBROSIANE - 25/07/2025

Nell’estate del giubileo vorremmo parlarvi di pellegrinaggi con l’augurio che ogni viaggio contenga la meta ed i passi di un pellegrinaggio. Ovviamente da un Monastero l’orizzonte è un po’ diverso, così che l’itinerario può sembrare partire da lontanissimo od essere brevissimo, può sembrare tutto spirituale o fin troppo materiale.

Alcuni esempi: il primo parte più o meno 575 anni fa (lunghetto vero?) ed è un viaggio che solo per l’esito può avere i tratti di un pellegrinaggio. Avvenne che la nostra beata Caterina, vivendo nell’incertezza riguardo al suo futuro, ascoltò una voce che le diceva di andare a Santa Maria del Monte. Ora il caso è antico, ma di una attualità evidente: non sai cosa sarà di te, non vedi possibilità concrete, ti senti anche un pochino solo, hai già provato strade che si sono rivelate vicoli ciechi, cosa puoi fare? Ascolti un invito! Dove è evidente che non è così facile mettersi in ascolto: può essere che la fatica e la delusione ci lascino un po’ piegati su noi stessi. Così il primo passo di questo pellegrinaggio, ma forse di tutti, è quello di uscire da sé per aprire gli occhi e le orecchie ad una novità inattesa. Ecco, Caterina, giovane di 26, 27 anni, si mise in cammino non sapendo perché o cosa aspettarsi, solo si fidò del Crocifisso che in visione le aveva lanciato questo invito. A Santa Maria del Monte allora si andava per vari motivi: dalla devozione alla caccia, un po’ come adesso. Certo da Milano non era una scampagnata, ma un bel viaggio, pensiamo a piedi con tanta fatica e qualche pericolo e tanto, tanto tempo. Possiamo immaginare infinite tonalità che questo lungo tempo abbia assunto per la nostra Caterina. Anzi, immaginare forse ci fa bene per riconoscere quanto nel nostro cuore avrebbe bisogno di tempo per emergere, oppure le paure e i dubbi che sono lì a ogni piè sospinto ad incalzarci o a bloccarci. Immaginiamo e così camminiamo con Caterina condividendo con lei speranze, attese, paure e delusioni, ma soprattutto quella invitta fiducia che le fece raggiungere la meta. Forse arrivò con il cuore molto dubbioso, un po’ timoroso, oserei dire freddo, nonostante la scarpinata. Me lo fa supporre il fatto che ci venga raccontato che giunta sul monte visse un incontro che le accese il cuore. Se qualcosa era freddo, venne bruciato! Bella immagine del pellegrinaggio ed anche delle indulgenze: al termine di un cammino possiamo vivere un incontro che non ci siamo meritati noi, ma che ci è donato, in cui qualche scoria che ci appesantiva il cuore viene bruciata e diviene energia nuova per affrontare la vita. Si tratta certamente di un incontro, niente che assomigli ad una bacchetta magica; un incontro con le dimensioni promettenti e faticose del confronto, della sincerità, del nuovo che disorienta: qui c’è qualcosa per te che non conoscevi! Un incontro preceduto da quel faticoso silenzio del cammino che doveva avere un po’ spogliato Caterina, messone a nudo il cuore e così, un po’ indifesa e fragile, aveva aperto gli occhi davanti all’inatteso: a Santa Maria del Monte vivevano delle eremite e vedendole ed ascoltandole aveva riconosciuto nella loro vita il desiderio del suo cuore. Al termine di quel cammino, iniziato nella solitudine e nell’incertezza, aveva trovato una casa ed una appartenenza. Certo non fu questo l’ultimo pellegrinaggio di Caterina, altri passi seguirono, altre solitudini e preoccupazioni, ma costante rimase l’apertura del cuore e la capacità di riconoscere l’inatteso che apre nuove strade. Così crediamo che quel suo pellegrinaggio iniziato circa 570 anni fa continui nella nostra vita di oggi.

Ma avviciniamoci a noi e, visto che nel giubileo si cammina verso porte aperte, parliamo di un pellegrinaggio Km 0. In tante case, anche nella nostra, ci sono “porte sante” aperte non dal Santo Padre, ma dalla fragilità e dalla malattia. Le stanze dove vivono e vengono accuditi malati e anziani hanno infatti come condensato in sé i tratti del giubileo: la fatica e la sofferenza, che in sé non sono buone, ma che possono essere strade aperte per accogliere, donare e così riscoprire l’essenziale; l’attenzione premurosa alle necessità dell’altro e la concretezza delle cure: passi in cui la fragilità incontra la misericordia; la pazienza e la perseveranza in una quotidianità spesso pesante che è un volto della speranza: quel continuare ad attraversare quella soglia è gravido di attesa nonostante, o forse proprio perché, si sperimenta l’impotenza; incontri ripetuti, ma sempre un po’ diversi, che aprono lo sguardo all’inatteso e ad una presenza altra: nonostante tutto qui c’è una vita che non è nostra, ma che ci è promessa. E se la fatica e la sofferenza possono cancellare tutto – e questo non è un peccato né una colpa -, se la morte sembra chiudere ogni passaggio, ancora attendiamo: la speranza contesta il presente così che a volte fa proprio male sperare, ma continuiamo a sperare; speriamo per camminare su strade che non conosciamo, portiamo la fatica di questa speranza che un po’ ci intimorisce, come ogni cosa sconosciuta; una Via ci è stata promessa come una presenza che non viene meno: Io sono la via, la verità e la vita. Così può accadere che si faccia fatica a fare anche solo un passo, eppure lo si fa, e quel passo per cui si pensava di non avere le forze è come un dono, un di più, un incontro. Ad ogni passo possiamo calpestare la meta, perché la Meta, Gesù Cristo, ci sostiene ed accompagna e lo possiamo capire di più quando per noi ogni passo è fatica.

Infine, vi raccontiamo di un ultimo pellegrinaggio che abbiamo vissuto come comunità l’11 giugno. Saranno stati sì e no 100 passi, ma è durato una giornata intera. Penserete: “le lumache sono più veloci”, vero! Ma è che noi, un po’ come loro, ci portiamo dietro la casa. In verità ognuno che faccia un pellegrinaggio dovrebbe portarsi dietro la casa nel senso che non si tratta di una scampagnata, di una evasione, di prendere un po’ di aria: si tratta di prendere in mano la propria vita per affidarla. Dunque, noi siamo partite in mattinata. Cambiando il normale ritmo della giornata, dopo le Lodi mattutine abbiamo celebrato una liturgia della Parola in cui le parole della Sacra Scrittura e l’omelia di Padre Gianni ci hanno aiutato a guardare il nostro cammino riconoscendo le occasioni in cui abbiamo fallito il bersaglio di una vita da amati figli di Dio. Dopo, mentre adempivamo alle normali incombenze quotidiane, tutte ci siamo accostate al sacramento della confessione. I pesi che ci gravavano sulle spalle, insieme alla gratitudine per quei passi che ci sono stati donati di fare, sono stati appoggiati sulle spalle di un Altro: gettati in Lui assumono un peso diverso nella dolcezza della condivisione. Ed è stato bello incontrarci nuovamente tutte insieme in chiesa e poi in refettorio scorgendo in ciascuna i tratti di un sollievo e di una novità (e non avevamo ancora fatto un passo in più del solito!). Dopo il pranzo e una breve sosta abbiamo celebrato la Messa incontrando nuovamente quell’Amore che di tanti doni ci colma avvicinandoci a sé per farci uno in Lui. La giornata è andata avanti normale fin dopo i Vespri, quando una breve processione di circa 100 passi e 25 suore si è avviata dal cortiletto dei nostri parlatori al Santuario. Ad aprire questa breve fila tre di noi hanno portato dei segni: la più giovane un piccolo cero (per camminare ci vuole luce), una piccola torta per condividere la nostra gioia con i sacerdoti del Santuario, e un prodotto del nostro lavoro (anche i passi del quotidiano lavoro hanno una meta). Varcare la porta del Santuario, magari dopo tanti anni, e trovarsi avvolte da tanta bellezza che fa corona intorno a Maria, ed essere lì tutte insieme per accogliere insieme l’indulgenza è stato un dono particolare. Certo tutte portavano nel cuore tante intenzioni, tanti legami, tante speranze, ma era ben evidente che non potevamo essere lì a domandare e a pregare senza le altre e come membra vive della Chiesa. È stato quindi naturale recitare il Credo (quelle parole antiche che abbiamo ricevuto nella Chiesa e che uniscono i nostri passi nella lode a Dio) e pregare per il Papa con i sacerdoti del Santuario (sempre premurosa e accoglienti). Ci siamo poi portate all’oratorio delle Beate, ben consapevoli che il nostro cammino è iniziato più o meno 5 secoli fa grazie anche a loro e, ricomposta idealmente tutta la nostra grande famiglia, ci siamo scambiate un abbraccio di pace: con la grazia del Signore si può ricominciare a partire da una pienezza nuova.

Se siete arrivati a leggere fin qui avete dato prova di grande pazienza e di un vivo desiderio di camminare insieme, insieme anche con noi. Che ogni passo sia veramente un legame, un incontro, un’apertura all’A/altro pegno di speranza. Noi, terminati i nostri 100 passi di pellegrinaggio, ci sentiamo ancora più parte di quel grande cammino di tutti verso la Gerusalemme celeste, nostra casa e dimora, dove i salvati non potranno né fare, né dire, né pensare d’altro se non dell’Amore di Dio (beata Caterina). Allora buon cammino!