
Giuseppe Garibaldi, vanitoso eroe pronto a farsi ritrarre in ogni circostanza, di fronte, di profilo, in sella alla cavalla Marsala, in posa negli atelier fotografici o ferito all’Aspromonte, ha lasciato tracce di sé ovunque sia andato e quando il fotografo non era presente, ci hanno pensato la leggenda e l’immaginazione dei pittori a immortalarne le gesta. È il caso della “trafila” romagnola seguita al disimpegno dalla Repubblica Romana nel 1849 e dell’avventurosa fuga verso Venezia con la moglie Anita al suo fianco. Sappiamo come andarono le cose: Anita al sesto mese di gravidanza morì di malaria alla fattoria di Mandriole nelle acquitrinose paludi intorno a Ravenna e lo stesso Garibaldi, braccato dai gendarmi, scampò per miracolo alla cattura con l’aiuto dei coraggiosi contadini e pescatori del luogo che lo nascosero in irraggiungibili capanni di caccia.
Il più celebre di questi capanni si trova nella valle del Pontaccio a Porto Corsini, antico snodo navale pontificio perso tra i canali e le barene dove l’andirivieni lento della marea mischia l’acqua salata con quella dolce del delta del Po e sul cui orizzonte si stagliano oggi i silos e le ciminiere dell’industria petrolchimica. In questo luogo gli italiani rinnovano da oltre centoquarant’anni l’omaggio al
Generale. Basta scorrere le pagine dell’archivio della Società Conservatrice, fondata nel 1882 in occasione della morte di Garibaldi e inizialmente gestita da un Circolo curiosamente intitolato a Carlo Cattaneo, per scoprire che tra le migliaia di visitatori non mancano i varesini, singoli escursionisti o gruppi di alpini che hanno lasciato le proprie firme, per esempio, nel 1933 e nel 1938.
La rassegna degli ospiti racconta la storia sociale e politica d’Italia, dall’epoca post-risorgimentale al ventennio fascista alla Liberazione e alla nascita della Repubblica. Nel segno del Nizzardo ecco sfilare nel 1926 la processione dei discendenti Gemma, Anita ed Ezio Garibaldi, figlio di Menotti e nipote dell’eroe a cui seguono nel ’37 Giovanni, Stefano e Decio Canzio. Nel ’27 giungono al rifugio palustre il giornalista e scrittore Paolo Monelli, ufficiale alpino nella Grande Guerra e Stefania Tűrr figlia del generale garibaldino Stefano Tűrr. Pochi anni prima, nel ’23, il libro delle visite registra il passaggio della moglie di Benito Mussolini, Rachele e nel ‘25 della figlia Edda, non ancora sposa di Galeazzo Ciano. Nel ’34 è la volta di Carlo Tarantola legionario a Fiume con Gabriele D’Annunzio, nel ’36 si raccoglie in meditazione il comandante partigiano Arrigo Boldrini e nel ’44 la stessa mano (autentica?) segna i nomi di Tazio Nuvolari, Primo Carnera e Giuseppe Meazza.
È un interminabile elenco di firme: sfilano ex garibaldini e mazziniani, eredi dei soccorritori della “trafila”, affiliati alla massoneria di cui il Generale è stato Gran Maestro, letterati, autorità civili da ogni regione d’Italia, irredentisti della Grande Guerra, nazisti e partigiani accomunati dalla stima per il condottiero e, nel dopoguerra, importanti personaggi delle istituzioni. Il 7 agosto 1949 si tiene al capanno un’importante manifestazione per il centenario della morte di Anita e per lo “scampo” del marito. Accorrono quasi duecento visitatori e una fotografia immortala il senatore Luigi Gasparotto, presidente dell’associazione nazionale degli ex combattenti e reduci, decorato della Grande Guerra e tra gli ideatori del monumento al Milite Ignoto, nonché autore nel 1919 di un progetto di legge per l’estensione alle donne dell’elettorato attivo e passivo, politico e amministrativo.
Luigi è il padre di Leopoldo Gasparotto, detto Poldo, comandante delle formazioni partigiane lombarde di Giustizia e Libertà, ucciso dai nazifascisti nel campo di concentramento di Fossoli, presso Carpi, il 22 giugno 1944, medaglia d’oro al valor militare. Avvocato e alpinista, Leopoldo aveva quarantadue anni, era sposato e padre di un figlio e a lui Varese ha dedicato una delle strade più importanti della città. Luigi, deputato alla Costituente e fondatore del Partito Democratico del Lavoro, di origini friulane, possedeva una casa di campagna al Roccolo di Cantello dove si ritirò a vivere dopo la tragica morte del figlio. Gli sopravvisse dieci anni fino al 29 giugno 1954, cinque anni dopo lo scatto della rara immagine che lo ritrae al Capanno: per onorare la memoria di chi ispirò, con le sue imprese, la Resistenza italiana.
Le foto sono tratte dal libro di Maurizio Mari “Quelli che andavano al Capanno… 1882-2012” edito dalla Società Conservatrice e dalla Cooperativa Pensiero e Azione di Ravenna.