L’olio e il vino, la prosperità e la fede. Mario Carabelli, gestore dell’albergo-ristorante Sacro Monte e membro dell’associazione olivicoltori di S. Imerio, conferma che è partito il progetto di reimpianto di ulivi e viti a Santa Maria del Monte. Le romite mettono a disposizione il terreno, in pratica tutto il prato a forma triangolare che “sale” verso l’albergo Sacro Monte da via Fincarà e dal vecchio cimitero Giardino della Memoria, costeggiando via Salvatore Bianchi. L’agronomo e l’enologo sono stati individuati nell’area tecnica della Cascina Ronchetto di Morazzone e dell’azienda Cassiciaum di Casciago che collaborano al progetto. Già pronte le trivelle per mettere a dimora cento piante di ulivo e centocinquanta barbatelle di uva Merlot.
Il luogo è ideale. L’area è ben soleggiata d’estate e i muri del monastero la difendono dal vento. Senza contare la doppia protezione di S.Ambrogio e S.Imerio. Simbolo nei secoli della religiosità varesina, il Sacro Monte vanta antiche attitudini olivicole e vitivinicole. La presenza di estesi vigneti sulle pendici è testimoniata dalla stampa che Federico Agnelli incise nel 1656 su commissione dei fabbricieri in onore del cardinale Alfonso Litta, arcivescovo di Milano. La stampa riguarda tutta l’area del borgo montano, dall’inizio della via del Rosario sino alla torre degli Ariani. Ordinati filari di vite “salivano” dalla prima alla settima cappella e gli orti coltivati fin sotto le case. La cantina e il torchio alla prima cappella provvedevano alla vendemmia.
La stampa di Agnelli è una testimonianza preziosa. Identifica l’abitato casa per casa e chiesa per chiesa alla metà del XVII secolo, documentala prima conformazione del monastero di clausura e fornisce una quantità di informazioni sulla vita, il lavoro, gli orti e le colture. I prodotti della terra citati negli antichi documenti sono i cereali, il vino, l’olio, gli ortaggi e le noci. Sui terreni incolti venivano introdotte nuove coltivazioni e le carte parlano della trasformazione di zone boschive in fertili vigneti. Nella descrizione del Sacro Monte contenuta nel libro Le Glorie della Gran Vergine al Sagro Monte sopra Varese, dato alle stampe nel 1699, il protonotario apostolico Domenico Bigiogero conferma lo scenario agricolo.
Scrive: “… tutto il monte resta compartitamente ornato di nobilissimi edificj, dentro ai quali veggonsi i Sagri Misteri, ridotto dove è stato capace a buona coltura e reso… frugifero avendo, ai piedi massime, quantità di sito messo a viti e frutta dimestiche. Alla metà selve di grosse piante di castagne e di noci e alla cima ben compartiti orticelli, introdottivi quasi in onta della natura, dall’arte ed industria degli abitanti, quali coll’indefessa cultura, vincendo la sterilità connaturale al paese, fanno che fruttano per uso di loro stessi e di altri. Il rimanente per lo più sono selve e prati e quelle somministrano legna da fuoco in abbondanza, questi danno pascoli sufficienti per gli armenti, principale sostanza dei medesimi abitatori…”.
Nulla è rimasto oggi degli antichi impianti. Anni fa un piccolo terreno accanto al museo Pogliaghi, incolto e infestato dai rovi, fu riadattato a vigna con centoventi piante di gamaret su una balza di centocinquanta metri quadrati tra via Fincarà e via Moriggi. Il proprietario faceva tutto da solo, tagli, potature, trattamenti e vendemmia. Ne ricavava un centinaio di bottiglie l’anno, una piccola produzione per autoconsumo. Il vino speziato a quattordici gradi invecchiava in barrique da 225 litri di rovere e poi passava in bottiglia. A S. Maria del Monte esistono altri piccoli appezzamenti privati che potrebbero essere coltivati ad uva. Lo auspicava all’inizio del secolo il presidente dei commercianti e grossista di vini Carlo Bottinelli, che produceva un beneaugurante vino del Principato di S. Maria del Monte, sia bianco che rosso, con uve venete e piemontesi.