C’è stato un tempo in cui la musica era capace di dedicarsi a progetti umanitari. E di farlo in grande, mettendo al servizio della causa non soltanto decine di musicisti ma anche case discografiche e reti televisive. Il Live Aid è stato l’espressione di quella unità d’intenti nata dall’inossidabile volontà Bob Geldof (oggi con il titolo di Sir per quanto fatto), musicista irlandese non di fama assoluta ma attivista e organizzatore visionario. George Harrison l’aveva preceduto nel 1971 con il concerto per il Bangladesh, senza seguito, a parte No Nukes nel 1979 però con scopi differenti. Non pareva nemmeno il momento adatto: nel 1985 il rock non viveva il suo momento migliore, il nuovo pop inglese e l’elettronica erano il presente, la società era dominata dal culto del successo, del consumo, dell’effimero. Roberto D’Agostino, a Quelli della notte (trasmissione cult quell’anno in Italia) lo definiva “edonismo reaganinano”. Eppure i fatti dimostrarono il contrario: un mega concerto seguito in tv da quasi due miliardi di persone (il 40% della popolazione mondiale di allora). Una stagione irripetibile nei numeri e nella partecipazione. E oggi? Le buone cause ci sarebbero, eccome: basta guardare un tg. I mezzi anche. Però il mondo ora è diverso e ogni iniziativa rischia etichette di parte. Anche la musica non è la stessa: “La sua funzione è cambiata, è un sottofondo, online, gratis – ha detto Geldof al Corriere – Siamo tutti connessi ma isolati”. E infine, poiché i protagonisti di allora sono anziani o non ci sono più, chi saprebbe raccogliere il loro testimone?
George Harrison and Friends – Bangladesh – Nel 1971 l’ex Beatles (si erano separati da un anno) è il pioniere dei concerti per una causa umanitaria. Ravi Shankar, musicista indiano, amico di Harrison da alcuni anni (un po’ insegnante di sitar, un po’ guida spirituale) gli chiede aiuto per inviare fondi ai profughi del Bangladesh, la parte orientale del Pakistan, tuttora una delle aree più povere al mondo, sconvolto dalla guerra civile con conseguenze disastrose: 10 milioni di sfollati, carestia, fame, morti. Shankar pensa a un concerto di loro due, ma Harrison punta a a qualcosa di più ambizioso e porta sul palco del Madison Square Garden gli amici Bob Dylan, Eric Clapton, Leon Russell, Ringo Starr e Billy Preston. L’incasso di due spettacoli (pomeridiano e serale) è di 250mila dollari ma la cifra diventa milionaria (circa 45 milioni secondo il bilancio di Harrison nel 1990) con triplo album e film. La prima donazione arriverà all’Unicef molto dopo l’evento: il manager non lo aveva registrato come benefico e il fisco Usa bloccherà a lungo il trasferimento di fondi.
Ascoltala su Youtube (con testo e immagini del concerto e del Bangladesh)
Ascoltala su Spotify (su pc testo cliccando l’icona microfono)
Band Aid – Do They Know It’s Christmas? – Bisogna aspettare anni perché l’esempio di Harrison abbia un seguito grazie a una canzone per il Natale 1984, il seme dal quale nascerà il Live Aid. Dal 1983 in Etiopia è in corso una carestia epocale, con i raccolti distrutti dalla siccità. Come in Bangladesh fame, morti, centinaia di migliaia di persone in campi profughi. Lo sviluppo dei media fa la differenza: le tv portano le immagini in tutto il mondo. Le vede anche Bob Geldof e decide che deve fare qualcosa. Con Midge Ure (chitarrista e arrangiatore scozzese) scrive un brano e coinvolge Bono, Sting, Bowie, Phil Collins, Simon Le Bon, Paul Young, Boy George, George Michael e altri per una raccolta fondi grazie a un singolo e un videoclip (è il momento di Mtv). Uscito a inizio dicembre, ha enorme successo e porterà a una raccolta di circa 12 milioni di sterline. La canzone è ora un classico delle playlist natalizie. Ma il testo non è consolatorio: “Quando ti stai divertendo c’è un mondo fuori dalla finestra ed è un mondo di terrore e paura. Le campane natalizie che suonano là sono lo scampanellio del loro destino… Il miglior regalo che avranno è la vita, dove niente cresce, non scorrono né pioggia né fiumi. Ma hanno la minima idea che sia Natale?”
Ascoltala su Youtube
Ascoltala su Spotify (su pc testo cliccando l’icona microfono)
Usa For Africa- We Are The World – Il sasso lanciato da Geldof arriva al di là dell’Atlantico. Harry Belafonte avvia un’iniziativa analoga con Lionel Richie e Michael Jackson impegnati a scrivere una canzone. Preparate le basi, la registrazione è fissata la sera del 28 gennaio 1985 agli A&M studios di Hollywood. Sarà una notte complicata dovendo mettere insieme 46 performer, affidare parti soliste, fare prove. Oltre a Richie e Jackson, diretti da Quincy Jones ci sono Bob Dylan, Paul Simon, Al Jarreau, Dionne Warwick, Tina Turner, Bruce Springsteen, Billy Joel, Ray Charles, Diana Ross e via elencando fino a Geldof. Tutte star con il loro ego per una volta lasciato fuori dalla porta, come intimato da un cartello all’ingresso. Cominciano alle 22,30, finiscono alle 6 del mattino. Singolo e album raccolgono circa 100 milioni di dollari. “Arriva un momento in cui abbiamo bisogno di una chiamata quando il mondo deve tornare unito. C’è gente che muore ed è tempo di aiutare la vita… Noi siamo il mondo, noi siamo i bambini”. Un docufilm sulla notte della registrazione (We Are The World: la notte che ha cambiato il pop) è uscito nel 2024 su Netflix.
Ascoltala su Youtube
Ascoltala su Spotify (su pc testo cliccando l’icona microfono)
Mick Jagger, David Bowie – Dancing In The Street per Live Aid – E dai due singoli per l’Etiopia si arriva diretti al Live Aid, il “concerto del secolo”. Sempre grazie a Geldof il cui progetto prevede una giornata di musica in diretta tv e radio da due stadi, Wembley a Londra (dalle 12) e JFK a Philadelphia (dalle 9 del mattino) con set alternati. Per l’epoca, un’impresa impensabile. Invece la sfida viene vinta impegnando 16 satelliti e realizzando il 13 luglio 1985 il più grande collegamento tv satellitare di sempre per 2 miliardi di spettatori in 150 Paesi (e 160mila nei due stadi) che assistono per 16 ore alle esibizioni (20 minuti a testa) di 70 popstar e rockstar. Parola d’ordine: Feed The World, nutriamo il mondo. Mick Jagger, in cartellone a Philadelphia, aveva proposto un duetto in diretta con David Bowie a Londra. Idea irrealizzabile per la latenza del segnale. Il duetto, la cover di un brano di Martha Reeves & The Vandellas, sarà realizzato prima del concerto come lancio dell’evento. La versione del video linkata include anche immagini di backstage. Su YouTube si trova l’intera sequenza dei concerti di Londra e Philadelphia. Live Aid ha raccolto 150 milioni di sterline.
Ascoltala su Youtube
Ascoltala su Spotify (con video)
Sun City – Artists United Against Apartheid – Non solo beneficenza. Iniziative di gruppo ci sono state anche per battaglie di principio. Succede ancora nel fatitidico 1985, per protesta contro l’apartheid in Sudafrica. Stavolta il promotore è Steven Van Zandt, chitarrista di Springsteen, che riunisce una cinquantina di musicisti tra rock (lo stesso Springsteen, Lou Reed, Bono, Jackson Browne…), jazz (Miles Davis, Herbie Hancock, Ron Carter) soul e rap (Run Dmc e altri). Registrano un album e un singolo, Sun City, ovvero il centro turistico di lusso con casinò per bianchi dove continuavano a esibirsi molti artisti internazionali nonostante la condanna Onu della segregazione e i boicottaggi sportivi. “Noi rocker e rapper, uniti e forti, siamo qui per parlare del Sudafrica ….Non ci piace quello che accade, è ora di un po’ di giustizia, è ora di verità… C’è una sola cosa che possiamo fare: io non andrò a suonare a Sun City”. Non sarà l’unica denuncia contro l’apartheid. Tre anni dopo, a Wembley, si svolge il Nelson Mandela 70th Birthday Tribute, concerto con Eric Clapton, Dire Straits, Sting, Eurythmics, Stevie Wonder e altri. Mandela uscirà dal carcere nel 1990.
Ascoltala su Youtube
Ascoltala su Spotify (su pc testo cliccando l’icona microfono)