Storia

IL BACIO DI GARIBALDI

SERGIO REDAELLI - 26/06/2026

Nicostrato Castellini

Nicostrato Castellini, garibaldino, morì a Vezza d’Oglio il 4 luglio 1866, centosessant’anni fa, nella terza guerra d’indipendenza e i discendenti non perdono occasione di onorarlo. Un ramo della famiglia possiede un’incantevole villa a Cerro di Laveno, affacciata sul lago Maggiore, dove Paolo Castellini, imprenditore tessile tra i fondatori dell’Unione Industriali di Varese nel 1989, raffinato gourmet e storico del cibo scomparso nel 2006, raccolse l’archivio di famiglia consultabile anche online all’indirizzo www.archiviofamigliacastellini.com. Dalle carte emerge la figura dell’avo dal nome curioso, Nicostrato, volontario in Lombardia nel 1848, schierato a Luino e ferito a Morazzone, poi in Sicilia coi Mille, ad Aspromonte e in Trentino.

Una vita spesa con Garibaldi. Bresciano di Rezzato, sposato, cinque figli, commerciante di coloniali, droghe ed erbe medicinali con attività in via Olmetto 15 a Milano, patriota della prima ora come abbiamo visto in terra varesina, Castellini si guadagnò sul campo i gradi di maggiore combattendo coi Mille a Caiazzo, nel Casertano, nel 1860. Ma un premio più significativo ricevette da Garibaldi in segno di riconoscenza per aver “guidato al fuoco” due compagnie di bersaglieri al ponte sul fiume Caffaro, il 25 giugno 1866. Nicostrato lo rivelò per lettera alla moglie Jeannette il 28 giugno da Lonato, tre giorni dopo il Caffaro e sei giorni prima di morire: “Questa mattina il Generale, per ringraziarmi, mi baciò e ribaciò”.

Quando si parla di gesta patriottiche e di Risorgimento, è facile cadere negli stereotipi e nella banalità: parole come coraggio, sacrificio ed eroismo si sprecano, si utilizzano in eccesso e fuori luogo. È invece interessante cogliere il lato umano nelle scelte, spesso drammatiche, che i protagonisti di quelle gesta erano costretti a compiere. L’8 luglio 1860, Garibaldi ha già liberato gran parte della Sicilia occidentale compresa Palermo e si prepara a combattere la decisiva battaglia di Milazzo, dal 17 al 24 luglio, al comando dei leggendari Mille, che sono ormai diventati seimila. In quelle ore Castellini si sta imbarcando a Genova per raggiungere la spedizione partita due mesi prima e scrive alla moglie.

“Mia dolcissima Jeannette, tu credi ch’io non sia più con te ma t’inganni, perché mentre scrivo tengo sul tavolo la tua cara immagine che mi riempie il cuore di tristezza e gli occhi di lagrime. Ma non voglio che questo sia il metro dei miei scritti per non renderti penosa la vita più di quanto l’abbia fatto questo mio passo, che sempre domando a me stesso se sia giusto e nobile o sia leggero e sventato… e mi affligge anche pensare se dovrò dimenticare gli affari e i doveri che mi legano al socio… questi due pensieri fanno in me una lotta che mi pesa assai e che non mi abbandona. Penso alla tua angoscia, penso al fatale destino che ha dato a me un confuso carattere di generosità e di ambizione, di puntiglio e di riflessione…”.

Ma la scelta è fatta. Con cinque figli e la moglie che lo aspetta a casa e segue con ansia i suoi spostamenti attraverso le rare lettere, Nicostrato raggiunge Garibaldi prima di Milazzo e si getta anima e corpo nella battaglia. L’archivio di famiglia spiega con quali risultati anche nei giorni che seguono, in Campania, nel Casertano: “A Caiazzo, evitò la strage completa, avendo con pochi compagni improvvisato la difesa della barricata contro tremila borbonici […] permettendo così alle camicie rosse di ritirarsi. Giacomo Medici fece poi rapporto verbale a Garibaldi e Castellini, la sera del 28, trovò il decreto con cui il dittatore lo aveva promosso maggiore, facendogli consegnare subito il brevetto, cosa inusitata in quei momenti”.

Il cospicuo materiale documentale e fotografico raccolto a Cerro di Laveno, catalogato con cura in 45 cartelle organizzate in ordine cronologico – dal 1830 ad oggi – spiega come la storia andò a finire. Nel giugno 1861 Nicostrato ricevette la medaglia d’argento al valor militare, due anni dopo commutata nella croce di Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia “per essersi singolarmente distinto nei combattimenti di Milazzo, Cajazzo ed all’assedio di Capua: 20 luglio, 21 settembre e ottobre 1860”. Fu il suo canto del cigno. Il maggiore Castellini morì il 4 luglio 1866 negli scontri con gli austriaci durante la battaglia di Vezza d’Oglio. Nei suoi Scritti editi ed inediti, Giuseppe Mazzini lo onorò scrivendo che fu “colpito di sbieco da un proiettile in testa e poi da altre due palle, una in fronte e l’altra in mezzo al petto”.