Come diceva Agatha Christie, “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre fanno una prova”. Questa volta tutto sembra concorrere nell’indicare le tensioni internazionali e i fronti di guerra come il motore di crescita dell’economia varesina, la “provincia con le ali”.
Le tre “pistole fumanti”? Eccole.
La prima. Confindustria Varese, che interpreta dati ISTAT, informa che nel primo trimestre dell’anno, l’export varesino, già salito nel 2025, é cresciuto del 23,2% rispetto all’anno prima Una sorta di “miracolo varesino” se si considera che, a livello nazionale l’aumento è stato dell’1,3%: in soldoni: una diminuzione nazionale se consideriamo che quel modesto incremento include anche l’incremento dei prezzi, ma una crescita netta per Varese.
Direte: eh si sa, con i dazi che ha messo Trump… E invece, ecco un’altra sorpresa. Le vendite verso l’area EU sono leggermente diminuite (-3,9%, in particolare verso Belgio e Paesi Bassi), mentre crescono, e parecchio, quelle verso i paesi Extra Ue
La seconda: Leonardo, in provincia di Varese, ha buona parte del totale delle unità produttive e dei dipendenti lombardi e, soprattutto, qui ha il suo forte “hub elicotteristico”, figlio di quel che fu la Agusta. Una grossa parte delle sue attività estere sono concentrate negli Stati Uniti (Filadelfia) e in Gran Bretagna, cioè i due paesi che hanno avuto il più forte incremento di export e che importano parti componenti da assemblare. Terzo per variazione è l’Arabia Saudita, grosso cliente (ricordiamo le commesse si completano in pi§ anni). Per inciso, il settore aerospaziale, che comprende gli elicotteri (oltre agli aerei) gode di dazi agevolati, sia per il suo carattere strategico, sia per la protezione di una filiera che è in parte a stelle e strisce.
Leonardo del resto è in gran spolvero e le sue performance condizionano quelle di tutto l’apparato industriale varesino. L’ex amministratore delegato, Roberto Cingolani, di fresco licenziamento poche settimane, malgrado gli ottimi risultati, fa proiettava la crescita globale del gruppo dalle 62.700 persone del 2025 a 75.500 mila nel 2030. Oggi 38 mila sono in Italia (circa 7 mila in provincia), 7800 negli Usa, 9400 in Usa. Per inciso, Cingolani è stato giubilato probabilmente per pressioni Usa e israeliane, dopo che il suo progetto chiamato “Michelangelo Dome” e le sua alleanze con aziende francesi (Thales, Airbus), tedesche (Rheimetall) e turche (Baykar, tra gli acquirenti di Piaggio), mostrava di essere forse fin troppo attento a una prospettiva di industria della difesa europea.
Terza “supercoincidenza: il settore merceologico che è maggiormente cresciuto a Varese è quello dei “mezzi di trasporto”, che nei primi tre mesi ha registrato vendite estere per 695 milioni, con un salto dell’88,3%, contro importazioni per 273 milioni.
Per finire, e sarebbe la quarta “coincidenza”, la fabbrica di Leonardo a Venegono Superiore è stata a giugno il teatro dell’annuale assemblea di Confindustria Varese, e nel discorso di presentazione del nuovo presidente (eletto lo scorso anno), Luigi Galdabini ha ricordato che “nel solo settore aeronautico Varese esporta più di due miliardi e duecento milioni di euro (dato 2025). Il nostro territorio rappresenta da solo quasi un terzo dell’export nazionale del settore”.
Come è stato possibile quest’exploit? Nel linguaggio vellutato di queste circostanze istituzionali, il presidente degli industriali varesini ha ammesso che il balzo dell’export (già cominciato nel 2025) dovuto a scelte che hanno “intercettato il fabbisogno di investimenti interni legati alla politica di re-manufacturing degli Stati Uniti, rafforzando al contempo le collaborazioni già attive negli ambiti strategici della sicurezza nazionale”. In pratica: si è investito maggiormente negli Usa e si è rafforzata la filiera che va da Varese a Filadelfia.
Certo, il mercato Usa da solo non basta e allora, ha aggiunto il presidente degli industriali, “la strategia di reazione dell’Europa deve essere quella ispirata all’apertura, alla firma di accordi di libero scambio”, un chiaro riferimento alle resistenze che, per esempio, nel settore agricolo, ben poco rappresentativo in provincia di Varese, hanno osteggiato accordi come quelli con l’America Latina, come il Mercosur (e Varese esporta verso quell’area prodotti, prevalentemente industriali per 330 milioni). Ci sono già per la nostra provincia gli obiettivi: Australia e Indonesia.
Oggi Varese contribuisce per 14 miliardi all’export italiano. È il 2,2% del totale. Sembra molto, rispetto soprattutto all’1,4% della popolazione, ma c’erano anni in cui la quota (grazie anche a settori come gli elettrodomestici e li motocicli) era decisamente superiore. C’è spazio per crescere anche in altri settori. Galdabini, in occasione dell’assemblea degli industriali, ha annunciato la convocazione futura degli “Stati generali dell’economia” (“Varese #2050”), in collaborazione con Provincia e Camera di Commercio, E ha anche precisato che il loro scopo, opportunamente, “non saranno un convegno di ascolto, ma un’esperienza partecipativa”, anticipando che tra i temi vi sarà anche il rilancio del nord della provincia. Un bagno di realismo che è anche un’occasione da non perdere. Da parte di tutti.