Parlare male di Trump è diventato facile per tutti i suoi oppositori vecchi e nuovi. Le sue giravolte, le sue dichiarazioni altisonanti e brutali allegramente smentite qualche ora dopo, sono messe così in piazza che non vale nemmeno la pena di sottolinearle.
Tutto era già chiaro dal primissimo mattino. Sul podio delle violazioni del buon senso democratico metterei infatti la libertà concessa immediatamente dopo il suo rientro alla Casa Bianca agli assaltatori del Congresso americano il 6 gennaio di quattro anni prima che, da lui sobillati, non volevano prendere atto della sua sconfitta contro Joe Biden. (A proposito, dov’erano Giorgia Meloni e la destra italiana?)
Un sollievo per me le parole di Barak Obama qualche giorno fa all’inaugurazione dell’Obama Center a Chicago: “La democrazia può essere lenta. Può essere qualche volta inefficiente… ma è speciale, è l’idea di lavorare insieme per il bene comune”.
Insieme con chi da parte di Trump? Che apprezzi le autarchie come Russia e Cina è generalmente riconosciuto. Nei confronti di Xi Jinping ha mostrato anche una sorta un timore reverenziale apparso chiarissimo dalla ritirata sui dazi dopo una spavalderia del tutto fuori misura.
Non insieme agli alleati europei e della Nato che ha disprezzato più volte e non insieme ai diplomatici americani di carriera che ha bellamente sostituito nei delicatissimi affari internazionali con il genero e con un amico immobiliarista, entrambi con nessunissima esperienza.
Questa concezione spiega alcuni risultati negativi come la guerra in Iran, iniziata senza una strategia o con una strategia sbagliata che ha prodotto risultati disastrosi sul piano economico generale. La Casa Bianca cerca di nascondere che la guerra sia stata controproducente ma questo viene attestato perfino dai media americani a lui vicinissimi come alcuni e famosi commenti della trumpissima Fox News.
Sul piano politico interno, ma non solo, ciò che appare più criticabile anche a detta di repubblicani del calibro dell’ex Presidente George W. Bush, è l’estremizzazione delle posizioni culturali, la polarizzazione della vita politica, l’essere con me o contro di me, la negazione di un confronto schiettissimo ma rispettoso.
Poiché Trump è il leader indiscusso della destra mondiale questa battaglia culturale e politica senza esclusione di colpi è pericolosissima anche per l’Europa che, pur con tutte le critiche che si possono rivolgere all’UE, ha un livello di democrazia e di confronto pubblico indiscutibilmente elevato.
Vero che non ce l’ha fatta, il Presidente americano, a far rieleggere il nazionalista ed anti europeo Orban in Ungheria ma la sua ideologia si sta facendo sentire anche nel nostro continente. Si parlerebbe apertamente di “remigrazione” non ci fosse stata l’influenza di Trump con la lotta furiosa e crudele contro i migranti in America che ha visto dei clamorosi eccessi della polizia speciale voluta e sostenuta dalla Casa Bianca?
Le parole del Papa americano Leone XIV al riguardo “Siamo tutti migranti” sono di una nettezza ammirevole e la remigrazione è condannata senza riserve. Certo che questo fenomeno va gestito e governato. Senza fingere però che i severi ammonimenti del Papa siano diretti, in Italia, solo al generale Vannacci che tanto inquieta la nostra destra tradizionale.