– Professoressa Gentile! – mi sento chiamare.
Mi volto e mi trovo di fronte un signore elegante, abbronzato, occhi azzurri ridenti.
– Lei è stato un mio allievo – è più un’affermazione che una domanda, e intanto cerco di ricostruire nella memoria i lineamenti del ragazzo di un tempo. – Sì, adesso riconosco il faccino – gli dico sorridendo. Dico proprio così, il faccino, benché abbia davanti un adulto, probabilmente un professionista affermato: quando li incontro, anche dopo anni, sono sempre “i miei ragazzi”.
– Sa, prof, mi ricordo quando ci faceva imparare a memoria la Divina Commedia
– E io mi ricordo che non volevate impararli, i versi che vi assegnavo. Non ne capivate il motivo. Cercavo in tutti i modi di spiegarvelo e alla fine vi dicevo: imparateli e basta, fidatevi di me, quando sarete grandi capirete. Ve lo dicevo un po’ per scherzo, ma in fondo ci credevo.
– È vero, prof. L’altro giorno mi sono trovato a recitare tra me e me “Quali colombe dal disìo chiamate…”
– Ma dai! E ti faceva piacere?
– Sì – e si vede che è sincero, che crede a ciò che mi sta dicendo – Pensi che quando sento Benigni che recita la Divina Commedia mi commuovo
– Questa è la cosa più bella che potessi dirmi, la mia soddisfazione maggiore. Era proprio quello che cercavo di spiegarvi, ma allora non potevate capirlo: i versi imparati che ritornano alla memoria quando meno ce lo aspettiamo sono scintille di bellezza che danno consolazione e luce alla vita.
– Sì, è così
– Allora adesso sei contento di averli imparati? – Ero ritornata al tu: era, più che mai uno dei “miei ragazzi”.
– Sì, la ringrazierò sempre
Quindi, la riforma del Ministro Valditara che prevede la memorizzazione di poesie ha tutta la mia approvazione. Non tanto e non solo perché “potenzia le capacità espressive e rafforza la disciplina mentale”, ma soprattutto perché fare propri i versi più belli della nostra letteratura significa entrare in sintonia con qualcuno che ha saputo dare voce a ciò che sentiamo e non sappiamo esprimere. Significa superare la relatività del tempo ed essere accanto a chi quelle parole le ha trovate. Significa non essere soli: ecco perché la poesia ci consola.
Anche se gli studenti non ne hanno ancora consapevolezza, ad un certo punto della loro vita e della loro esperienza quelle parole, che con tanta fatica e malavoglia hanno memorizzato, affioreranno come una ricchezza inaspettata. E, forse, ringrazieranno persino il Ministro della Pubblica Istruzione.