Li ricordo come fosse ora i racconti dell’ultima guerra di mio padre (allora un giovanotto) e di mia nonna. Erano ricordi di patimenti, di paura, di fughe. E di fame. Allora, era un problema serio mettere insieme il pranzo con la cena e spesso non ci si riusciva. Nel giardino di casa, a Firenze, c’era un fico che era diventato un mezzo di sostentamento come un altro, insieme a poche altre cose del genere. Si mangiava quando capitava e quel che capitava, quando le condizioni lo permettevano. Se c’era qualche distribuzione s’andava con la tessera annonaria a prendere delle quantità contingentate di generi alimentari. Ci si metteva in coda, disciplinatamente, come testimoniano anche i filmati di tanti cinegiornali di quegli anni, che capita di rivedere adesso, ogni tanto, nelle trasmissioni televisive che parlano di storia contemporanea. Nelle città (in campagna era diverso) si facevano file lunghe. Lunghissime. E poteva accadere che, dopo ore di attesa, i banchi dei negozi rimanessero vuoti e si dovesse tornare indietro a mani vuote. In silenzio, a testa bassa. Senza nulla. Nonostante ciò, in quelle lunghe file e in quello spirito di sopportazione, rimaneva una parvenza d’umanità, nonostante i bombardamenti, le uccisioni, i rastrellamenti. Che furono terribili, crudeli.
A Gaza no. A Gaza non c’è più neanche più la parvenza di quel che resta dell’umanità. Ormai, ogni giorno, vediamo bambini e adulti in competizione tra loro, per strada, per una ciotola di brodaglia. Ammassati intorno a dei pentoloni laidi, urlanti, tra pianti e spintoni, mentre si contendono il nulla. Persone affamate che diventano lepri su cui fare il tiro a segno, mentre aspettano un boccone di pane. Statistiche orribili ci dicono che in questi tre anni a più di tremila bambini è stato amputato un arto, o addirittura, entrambi. “Quasi il 5% di morti rispetto alla popolazione, nella stragrande maggioranza civili, fra cui un numero impressionante di donne e bambini”.
È come se stessimo guardando, un po’ inebetiti, quei film apocalittici da fine del mondo, dove si vedono colonne di chilometri di persone e di mezzi di qualsiasi natura che si spostano, carichi oltre ogni immaginazione, da una parte all’altra di un territorio fatto di sabbia e macerie, senza saper bene dove stiano andando. Mentre sulle strade (un eufemismo) sfrecciano a tutta velocità camion scoperti che portano qualcosa che assomiglia a dei rifornimenti, avvolti in teloni di colore chiaro. Sopra, appollaiati come falchi, si vedono uomini con facce poco rassicuranti, che agitano minacciosamente dei bastoni, per tenere a bada la gente, per evitare di essere abbordati e depredati dalla folla urlante. Gli aiuti catapultati dagli aerei con dei paracadute neri e seguiti, a terra e in mare, da nugoli di persone, completano il quadro di una situazione che più inquietante di così non potrebbe essere.
Adesso, proprio in questi giorni, è tramontata del tutto la prospettiva che s’intravedeva di concludere il conflitto con la creazione di due stati. Dopo l’assalto al centro di Gaza e l’abbattimento di un edificio dopo l’altro, si stanno creando le condizioni, anche fisiche, per la costruzione di quei “Trump-Resort”, che quando li vedemmo in tv, qualche mese fa, attraverso dei montaggi dell’intelligenza artificiale – poco intelligenti – sembravano solo una battuta di cattivo gusto e invece anticipavano una conclusione che evidentemente era scritta da tempo, in tutti i particolari. La prospettiva politica israeliana odierna è chiara, è l’illusione folle di risolvere per sempre la «questione palestinese cancellandola: una “soluzione finale” che rimetterebbe a posto tutta la questione della regione ridando a Israele il ritorno a una mitica grande storia (molto) passata» (Pombeni 22.7.25).
E così, invece della pace, su tutta l’area mediterranea, Italia compresa, ovviamente, si riaprono le porte dell’instabilità e del terrore (speriamo di no, ma quasi sempre è andata in questo modo) e, forse, sarà così ancora per altri decenni, com’è stato in passato, quando s’è cercato d’impedire con la forza l’autodeterminazione dei popoli. Le cose son finite sempre nel nulla, con bagni di sangue che non abbiamo neanche più il coraggio di ricordare. La politica invece di far giravolte, di “dare segnali”, di far le moine per dire “io l’ho detto”, rifugiandosi in proposte eteree, dovrebbe impegnarsi a cercare le soluzioni. Che ci devono essere per forza, se solo le cercassimo con impegno, fatica e la determinazione che servono.