Lunedì sera sono andato al cinema a vedere “Il grande gioco”, documentario realizzato al movimento CIO (Comitato Insostenibili Giochi, nulla a che fare con il Comitato Olimpico Internazionale), un gruppo decisamente “contras”, che da un po’ di tempo ha preso di petto i Giochi in senso lato (estivi e invernali) e che manifesta pure in piazza. È stata un’esperienza utile per bilanciare la narrazione di fine Olimpiadi, ovviamente all’insegna del siamo stati “fortissimi e bravissimi”. Ritengo che tra questi due opposti, a mio avviso esagerati (agli autori del docufilm ho voluto dire, durante il dibattito con gli spettatori, che i Giochi non sono il male assoluto ma, semmai un’occasione: concordo peraltro sul concetto che debbano avere una visione proiettata nel futuro, cosa che non caratterizza del tutto questa edizione), sia necessaria la classica, sana via di mezzo. La domanda è semplice: come sono andati questa prima Olimpiade diffusa, sulla cui formula rimango contrario?
Obiettivamente, rispetto alle aspettative e alle (prevedibili) stroncature che sono piovute dagli stranieri, hanno funzionato meglio del temuto. Io ho vissuto solo la realtà di Milano – e qui la principale critica, sul piano dell’atmosfera, sta nel fatto che il clima a cinque cerchi fosse respirabile solo in centro: al di là della cerchia dei bastioni la vita pareva procedere come ogni giorno normale –, ma pare che tutto sia andato meglio negli hub locali, probabilmente grazie al contributo di sponsor e al desiderio delle comunità delle varie zone di fare bella figura.
Non ho udito nemmeno grandi lamentele sui disservizi delle navette e degli altri trasporti – ma ce ne sono stati –, detto che l’area operativa racchiusa in qualcosa come 500 km ha disorientato non poco e ha creato difficoltà anche all’organizzazione del Coni. Nei primi giorni ci siamo beccati la stangata di Jason Horowitz del New York Times (“Milano-Cortina 2026 è un incubo logistico”) e il leitmotiv – sedi troppo lontane, tanto tempo per strada o in treno per raggiungerle – è rimasto quello.
Poi però le acque si sono calmate e noi abbiamo giocato le carte d’attacco di montagne bellissime e di luoghi intriganti, di una Milano che è piaciuta (con il distinguo già fatto e aggiungendo che noi giornalisti impegnati nel luogo centrale dei Giochi siamo stati trattati a pesci in faccia: tribune stampa troppo risicate, zero materiale di lavoro a cominciare dalla mancanza di zainetti che sono pure un simpatico ricordo, nemmeno una bottiglietta d’acqua messa a disposizione), tutto sommato di una macchina che ha retto la prova dei fatti. E per noi italiani c’è stato pure il premio di un bottino sportivo da 30 medaglie andato ben oltre i pronostici.
Forse l’abbiamo sfangata come con l’Expo, ma bisogna avere il coraggio di ammettere che sul piatto sono rimaste le nostre incompiute e le nostre cialtronaggini: strade e ferrovie che non sono state fatte, solo un 20% di opere completate, la storiella della sostenibilità, la balla che sponsor, diritti e biglietti avrebbero portato al pareggio di bilancio (invece è servito e servirà un robusto innesto di fondi pubblici: questi Giochi sono costati circa 7 miliardi di euro, molto di più di quello che si diceva nel 2019).
Ai benpensanti che già agitano la grancassa vorrei ricordare che ora è necessario aspettare la famosa “legacy” (eredità) per capire se questi Giochi lasceranno qualcosa di utile e di definitivo o saranno stati solo un “usa e getta”. Oppure, come dicono quelli del film, il modo per prelevare di nuovo soldi dal basso e nutrire grandi gruppi e grandi capitali. Insomma, alimentare chi già è ricco.
Dissento sulla loro idea che il villaggio olimpico diventerà uno studentato solo per gente abbiente – in ogni caso l’alternativa era di lasciare l’ex scalo di Porta Romana come una zona incolta, magari luogo dello spaccio tipo Rogoredo -, ma non manco di pensare ad alcuni sprechi, ad esempio che la pista di pattinaggio veloce non sia stata pensata come un impianto multidisciplinare, evitando che ora venga smantellata lasciando di nuovo senza una casa indoor questi atleti che hanno vinto tante medaglie.
Giusto per non accorciare la memoria ricordo infine che dopo non essere stati in grado, in sette anni, di creare una tramvia leggera lunga 3 km per collegare la stazione di Rogoredo con il Pala Santa Giulia, è stata costruita una strada che adesso verrà demolita e poi rifatta. Il Comune di Milano tiene chiuse, per mancanza di soldi da destinare alla ristrutturazione, 11 delle sue 14 piscine all’aperto. Però ha riversato e riverserà palate di quattrini pubblici su una viabilità che sarà al servizio di un impianto di proprietà privata. Dove sta l’errore?