
“Cercate, cercate”, rispondeva divertito Alessandro Manzoni a chi gli chiedeva chiarimenti sui luoghi citati ne “I promessi sposi” e le domande, i dubbi, le differenti interpretazioni continuano anche oggi, duecento anni dopo l’edizione del 1827, indissolubilmente legati alla fortuna dell’opera. Dove si trovano il paesello del sarto e il villaggio di Renzo e Lucia descritti nel romanzo? E il tabernacolo dei bravi? A quali località il grande milanese si ispirò per rappresentare il castello dell’Innominato e il palazzotto di don Rodrigo? I quesiti hanno destato la curiosità di generazioni di lettori e di letterati, dall’ammirazione di Goethe alla stroncatura di Ken Follett.
Quando si parla di luoghi manzoniani s’intende proprio questo. Don Lisander, maestro insuperabile nelle descrizioni, “costruì” i luoghi del romanzo con deliberata vaghezza, tenendosi a metà strada fra la realtà e l’invenzione. Addebitò la mancanza di precisione all’anonimo autore del canovaccio seicentesco – “sparagnatore di nomi e di luoghi” – da cui afferma di avere tratto il soggetto. Tuttavia tra Lecco, Pescarenico, Vercurago e dintorni si snoda il percorso ufficiale a uso e consumo dei turisti di tutto il mondo.
Luoghi manzoniani, a tutti gli effetti, sono però anche le località che il romanziere frequentò nel corso della vita. Sappiamo che era un habitué del lago Maggiore, assiduo frequentatore di Lesa sulla ricca costa sabauda, ospite nella villa della seconda moglie Teresa Borri vedova Stampa. Vi giunse per la prima volta nell’estate del 1839 e ritornò con la famiglia per circa un ventennio, compreso il cosiddetto “esilio di Lesa” dall’estate del ’48 al settembre del ’50, con il ritorno degli austriaci a Milano dopo le Cinque Giornate. Un’assenza dall’amata città che gli valse il sospetto di codardia.
Meno noto è che Manzoni frequentasse anche la riva magra del Verbano, ospite del figliastro Stefano Stampa a Cerro di Laveno e nella villa di famiglia in località Gattirolo. Una epigrafe ricorda quei soggiorni. Ne parla Gianmarco Gaspari in un documentatissimo articolo sul numero di “Terra e gente” 2025, la bella rivista delle Valli del Verbano diretta da Serena Contini. Il professor Gaspari è uno dei più illustri studiosi di Manzoni. A lungo docente di letteratura italiana all’Università dell’Insubria, ha diretto dal 1996 al 2014 il Centro Nazionale degli Studi Manzoniani a Milano e fa parte della giuria del premio Alessandro Manzoni Città di Lecco per il romanzo storico.
Nell’articolo ricostruisce le occasioni delle visite private dello scrittore sul lago Maggiore, senza dimenticare la romantica villa Stampa di Morosolo, alla periferia di Varese. Traccia un bel ritratto del figliastro Stefano, “una personalità inquieta e complessa che si curò di difendere la memoria dell’illustre patrigno dalle tante inesattezze e falsità divulgate dai giornali e dalla memorialistica di second’ordine”. Lo stesso Gaspari entra nel merito confutando l’accusa di un Manzoni-Don Abbondio nei mesi successivi alle barricate: “Da anni la polizia austriaca vigilava su Manzoni – scrive – I moti del 1821 l’avevano definitivamente associato al gruppo di cospiratori che subirono processi e condanne o che si dovettero rassegnare all’esilio. Erano gli amici che avevano dato vita al “Conciliatore”, la più importante testata giornalistica della prima metà del secolo, di chiaro orientamento liberale”.
Gli amici erano Pietro Borsieri, Giuseppe Pecchio, Federico Confalonieri, Silvio Pellico e Giuseppe Arconati. Con le Cinque Giornate, osserva Gaspari, Milano tornò a vivere l’entusiasmo del 1821: “Fu allora che Manzoni si espose come mai aveva fatto nella sua vita e con lui Filippo, il terzo dei suoi figli maschi” che il 18 marzo 1848, all’inizio della rivolta milanese, fu arrestato al Broletto e deportato in Tirolo. Il 22 marzo lo stesso Manzoni firmò l’appello con cui i milanesi chiedevano l’aiuto dei “popoli e dei prìncipi italiani”, una richiesta d’intervento che configurava il reato di alto tradimento. Non si fermò e continuò a esporsi tenendosi in contatto con Niccolò Tommaseo e con il governo provvisorio della Repubblica Veneta di Daniele Manin e, durante l’esilio di Lesa, a frequentare Antonio Rosmini, Giulio Carcano, Emilio Broglio, Massimo d’Azeglio e Francesco Hayez che certo non simpatizzavano per l’Austria.