A fine anno 2025 è uscito un drammatico rapporto dell’ONU sul “FALLIMENTO IDRICO GLOBALE”, che sostiene che il pianeta è entrato in una fase di “fallimento idrico”: la crisi idrica non descrive più la realtà perché molti sistemi d’acqua dolce (fiumi, laghi, falde, zone umide, ghiacciai) hanno superato punti di non ritorno. L’acqua, come il clima e la biodiversità, è uscita dallo “spazio operativo sicuro” dei limiti planetari; di conseguenza occorre passare dalla gestione della crisi alla gestione del fallimento del sistema idrico umano e naturale.
Qui faccio una sintesi critica di un rapporto tragico, ma perfino reticente.
Il rapporto propone una nuova agenda fondata sull’accettazione di “nuove normalità” (irreversibilità delle perdite di capitale naturale) e su priorità quali: diagnosi onesta; prevenzione di danni irreversibili tramite limiti rigorosi; riequilibrio di diritti e aspettative secondo la capacità di carico idrologica, tutelando bisogni umani fondamentali e funzioni ecosistemiche; transizioni eque per soggetti vulnerabili con compensazioni e protezione sociale; trasformazioni oltre i meri guadagni di efficienza (colture, aree irrigue, commercio di acqua virtuale, modelli urbani ed economici che disaccoppino prosperità e consumo d’acqua); lotta ai prelievi illegali e al degrado qualitativo con autorità di bacino e regolatori capaci. L’acqua potrebbe così diventare “ponte” per pace, clima, biodiversità e sicurezza alimentare.
Pur riconoscendo l’ampiezza dei dati, va denunciato un “grande silenzio” del rapporto su cause, implicazioni, responsabilità e responsabili, che mina la credibilità dell’agenda proposta. Enumero le omissioni:
Disuguaglianza nel fallimento: la scarsità e la perdita d’acqua colpiscono in modo ineguale. Le élite economico-tecnocratiche, principali proprietarie/consumatrici/inquinatrici delle risorse, subiscono marginalmente gli impatti e li scaricano sui gruppi vulnerabili e sui Paesi indeboliti.
Proprietà e appropriazione: l’iniquità deriva da regimi proprietari e gestionali. Quanto più prevale la logica privata di massimizzazione del rendimento, tanto più avanzano predazione e devastazione del capitale biotico (acqua, suoli, foreste, semi), come nell’accaparramento di terre e acqua. Ne sono esempi la desertificazione per deforestazione e perdita di biodiversità; la sottrazione di acqua potabile per mega-infrastrutture e data center ad alto fabbisogno idrico; l’inquinamento chimico diffuso.
Finanziarizzazione della natura: dall’avvio (2000) dei fondi “blu” sull’acqua, l’oro blu è divenuto asset ad alta redditività; più l’acqua scarseggia, più cresce il suo valore finanziario, indipendentemente dagli impatti sulla vita. Sono ridotti gli spazi e i vincoli legati ai diritti umani all’acqua e alla lotta alla povertà, in un mondo dove oltre 3,5 miliardi di persone possiedono meno dei 12 miliardari più ricchi.
Brevetti sul vivente: dal 1980 (Corte Suprema USA) è stata legalizzata la brevettabilità privata e a scopo di lucro degli organismi viventi e, più in generale, di conoscenze chiave (semi, biotecnologie, algoritmi, robotica, materiali, salute). I brevetti conferiscono controllo sulle catene del valore e piegano scienza e tecnologia a logiche di potere e appropriazione. L’intreccio tra acqua, cibo, salute e conglomerati ad alta tecnologia ha consolidato il dominio dei “signori dei brevetti”, mentre l’avvelenamento chimico di acqua, aria, suolo e oceani viene normalizzato come inevitabile.
Assoggettamento delle politiche pubbliche: tre esempi. 1) La stessa sentenza USA del 1980 ammette l’uso dei brevetti per consolidare la supremazia nazionale. 2) Il caso TRIPS/COVID conferma la prevalenza degli interessi proprietari. 3) L’UE, con la Strategia europea per la resilienza idrica (2025), riconosce la gravità dell’inquinamento chimico (pesticidi, PFAS) ma opta per gradualismo e “transizione” pro-industria.
In conclusione, occorre dire che nell’assetto dominante non sono prioritari né i diritti umani all’acqua, né l’eliminazione della povertà, né la tutela dei beni comuni; si accetta l’irreversibilità del sistema economico e si limitano le risposte a mitigazione e adattamento. Occorre una nuova politica planetaria dell’acqua su alcuni chiari obiettivi, come quelli indicati da Riccardo Petrella, Professore emerito dell’Università di Lovanio:
– Azzerare le emissioni di gas serra per ricostituire le basi della vita.
– Porre fine all’avvelenamento chimico di acque, suoli e aria.
– Abolire i brevetti sul vivente e sull’IA a fini di profitto; la conoscenza torna bene comune pubblico mondiale.
– Creare una nuova architettura finanziaria (“Cassa Comune Planetaria”) per liberare i beni vitali dalla finanziarizzazione e dalla tecnocrazia conquistatrice.
– Istituire il Parlamento Planetario dell’Acqua, come sede di sovranità condivisa degli abitanti della Terra.
– Fermare le grandi dighe che soffocano arterie della Terra (fiumi, laghi, zone umide).
– Fermare “petrolizzazione” e “cocacolizzazione” dell’acqua, e l’inquinamento da plastica.
– Dichiarare illegali povertà ed esclusione: i diritti alla vita, a partire dall’acqua, devono essere gratuiti e universali.