Quattro anni di guerra in Ucraina, invasa dalla Russia. E pur di fronte a uno zar nella palude -doveva uscirvi in una settimana, c’è dentro ancora- abbiamo perso. Perso chi? Noi, qui, in Europa, fronte Italia compreso. Perso, cioè? Smarrita la determinazione iniziale a stare con gli aggrediti, sostenerli, rifornirli di quanto serve per sopravvivere in situazioni così, armi comprese. Ci crediamo di default, a fatica: senza alcun sacro spirito, cioè l’argine vero a tutelare integrità nazionale, diritto all’indipendenza, confini morali eccetera.
In partenza fu l’unanimismo. In corso s’è spaccato. In vista del rettilineo finale -la cosiddetta pace giusta, sinora una bufala- si sfarina. Lo sostituisce l’ipocrisia. A parole, belle parole, nessuna deviazione dal sostegno a Kiev. A fatti, crudi fatti, stiamo messi diversamente. L’imperatore d’America vuol finirla, la guerra, alle condizioni ch’egli preferisce. Sono quelle, toh, preferite da Putin. Ovvero: il russo si tiene quanto ha finora conquistato a prezzo alto, Zelensky si contenti di non perdere domani più di quanto perderebbe oggi a prezzo alto uguale. Stretto l’accordo, avanti nella lucrosa ricostruzione. Magari se ne potrebbe occupare un ulteriore Board of peace, gli affari sono affari, e l’Onu si tolga di mezzo. Che tanto, di mezzo, si toglie ormai da solo, senz’alcuna richiesta. Scetticismo? Realismo.
Poi (prima) ci siamo noi. L’Europa. Nella sua interezza, mica consapevolissima del torvo rimbalzo d’una simile spazzolata agli ucraini. Ultimo esempio: nuove sanzioni al Cremlino annunciate, ma non decise. Idem nuovi prestiti al Paese devastato da bombardamenti et alia. Orecchie sorde all’ingresso, pure a una qualche forma d’associazione, dell’Ucraina nella Nato. L’ungherese Orbàn e lo slovacco Fico guidano i dissenzienti, attestando un putinismo privo di veli. Chiaro, netto, forte. E purtroppo i due ci prendono, nel paralizzare chi ben più di loro ha peso dentro il Vecchio Continente. Vecchio eccome, se per decidere qualcosa, qualunque cosa, devono dir di sì in ventisette. I Ventisette. Tutti gli affiliati all’Ue. Ma che regole vi siete dati, ci siamo dati?
A proposito del ci. A proposito di noi italiani. Divisi come meglio/peggio non si potrebbe. A destra, a sinistra. Il Putinferio ha tifosi su entrambi i fronti, traversa coalizioni e partiti. Depressione cupa. Che s’ignora in qual modo guarire se Meloni e Salvini sono disposti a promuovere la campagna elettorale di Orbàn, speranzoso di rinnovare in aprile la democratura magiara. Dicasi Meloni/Salvini, premier e vice-premier. Tristezza profonda. Quasi che i due fossero dell’idea cara al futurista Vannacci: la guerra di laggiù non è la nostra guerra. Già, non è la nostra guerra. Quattro anni dopo averla condivisa, difesa, finanziata. L’operazione farisaica speciale. Un fallimento.