A distanza di una settimana torno a scrivere sui dazi. Perdonatemi, non l’avevo previsto. Non avevo previsto lo schiaffo della Camera, a maggioranza repubblicana, rifilato a Trump con il blocco dei dazi al Canada (sei deputati repubblicani si sono schierati con i democratici per fermare le tariffe). E neppure il cazzotto assestato dalla Corte Suprema, che – con una storica sentenza – ha bocciato i dazi imposti a decine di partner commerciali in giro per il mondo. L’Alta Corte è stata netta: la legge del 1977 che in alcune circostanze dà al presidente l’autorità di regolamentare o vietare determinate transazioni internazionali durante un’emergenza nazionale e alla quale Trump ha fatto ricorso, non autorizza il presidente a imporre dazi. La legge – ricordiamolo – consente l’imposizione di dazi su tutte le importazioni in caso di “minaccia insolita e straordinaria … alla sicurezza nazionale, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti”.
E come ha giustamente sostenuto l’economista del Babson College, Kent Jones: “Chi ha conoscenze di economia commerciale deride l’idea che un deficit commerciale sia un’emergenza nazionale”. Il presidente della Corte Suprema John Roberts è stato chiaro: ”Il mezzo è l’imposizione di tasse agli americani, e questo è sempre stato un potere fondamentale del Congresso”. Trump è andato su tutte le furie e ha lanciato un attacco personale ai giudici che si erano pronunciati contro i dazi con un voto di 6 a 3, inclusi i due nominati da lui durante il suo primo mandato, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. Il presidente ha annunciato nuovi dazi, leggasi nuove ritorsioni. Ma in questa sede evitiamo di entrare nel piano B di Trump.
La decisione della Corte Suprema sancisce una cosa precisa: nessuno può minare i principi costituzionali fondamentali. Una decisione che il comitato editoriale conservatore del Wall Street Journal ha definito “una monumentale rivendicazione della separazione dei poteri sancita dalla Costituzione”. Ancora abbiamo negli occhi lo show del presidente dell’aprile 2025, quando annunciò, dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, una pioggia di dazi a mezzo mondo. Parlò di “Liberation Day”, di nuova Età dell’Oro per l’America. È passato quasi un anno. Nessuna Età dell’Oro: l’America non sta bene, di certo non sta meglio. “L’amministrazione ha inquadrato questi dazi come un punto di forza. Quello che invece i nostri membri hanno sperimentato è stato il caos” ha dichiarato in una intervista alla Nbc, Richard Trent, direttore esecutivo della Main Street Alliance, un’organizzazione che rappresenta oltre 30.000 piccole imprese statunitensi. Sulla stessa lunghezza d’onda John Boyd, presidente della National Black Farmers Association: ”I dazi del presidente hanno fatto aumentare i costi generali di produzione per la mia fattoria di 1.600 acri in Virginia, tra cui gasolio, macchinari, fertilizzanti e hanno danneggiato materie prime come mais, grano e soia, interrompendo rapporti di esportazione con importanti acquirenti, in primis la Cina”. La sua conclusione è come un gancio di Mohammed Alì: “Non si può governare il Paese come nel selvaggio West”. Trump pensa di essere un mix tra due grandi americani: John Wayne e George Washington. Ci piace ricordare un ammonimento di quest’ultimo: ”Guardatevi dalle imposture del finto patriottismo”.