Società

IN POLO BLU

PIETRO CARLETTI - 27/02/2026

La recente scomparsa di don Peppino Maffi, avvenuta il 14 febbraio scorso, ha sortito reazioni commosse e di vera partecipazione fra coloro che lo avevano conosciuto e che avevano trovato in lui un punto di riferimento spirituale e umano. Nato a Isso e cresciuto a Robecco sul Naviglio, don Peppino era entrato in Seminario giovanissimo. Ordinato sacerdote nel 1969, aveva iniziato il suo ministero a Solbiate Arno, poi a Valle Olona, dove la comunità lo ricorda ancora oggi come un parroco che ha reso l’oratorio un luogo di crescita e di relazioni vere, grazie al suo animo paterno che sapeva esprimere tenerezza e prossimità attraverso la partecipazione e l’ascolto.

Il suo modo di educare passava attraverso la presenza come dimostra il ricordo affettuoso dei “ragazzi” più o meno giovani dell’oratorio: un luogo vivo in cui la catechesi si intrecciava con lo sport, il canto e il teatro. Lui stesso partecipava ai momenti di ricreazione, non si limitava certo ad osservare da bordo campo: giocava, arbitrava, incoraggiava, tanto che molti lo ricordano con il berretto, il fischietto e la polo blu, perfettamente immerso nel suo ruolo di educatore e di guida. Di don Peppino ricordano anche il suo sguardo che sapeva valorizzare, far emergere il bene, infondere fiducia. Era esigente, ma mai duro; limpido, ma non tagliente, seguiva, insomma, lo stile di Gesù così come il vangelo di Matteo ce lo trasmette: «sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”» (5, 37). La sua attenzione verso gli ultimi si manifestò anche in scelte coraggiose: Valle Olona fu tra le prime comunità ad accogliere giovani profughi libanesi, inserendoli nella vita quotidiana dell’oratorio, decisione che oggi appare naturale, ma che allora richiedeva apertura alla fraternità.

Il suo servizio nella Chiesa ambrosiana lo portò poi a ruoli importanti: responsabile dell’Ufficio missionario diocesano, prevosto di Varese, rettore del Seminario di Venegono Inferiore, vicario episcopale per il clero. Chi ha lavorato con lui ricorda un uomo capace di mantenere rapporti, di ascoltare, di dare consigli ponderati. «Sapeva trasmettere fiducia», ha detto monsignor Piero Cresseri, canonico del capitolo della Cattedrale, “compagno di Messa” e amico di una vita: «era un uomo buono, capace di tenere insieme le persone». Anche a Venegono, dove ha formato generazioni di futuri sacerdoti, il suo stile era quello di sempre: un seminario aperto, una famiglia, un luogo dove la formazione non era solo studio, ma vita condivisa. Don Davide Milanesi, che fu suo vicerettore, ha ricordato la sua capacità di ascolto e la sua dedizione alla Parola di Dio, vissuta con naturalezza e senza ostentazione. Molti episodi raccontano il suo modo concreto di essere prete. Uno in particolare: quando una ragazza malata desiderava partecipare alla Messa e di ricevere l’eucarestia, don Peppino portò con sé tutto il necessario e celebrò nella sua casa, dimostrando con un gesto semplice il suo proposito di essere un pastore pronto ad andare incontro alle necessità della sua comunità.

Negli ultimi anni era tornato a Varese come vicario parrocchiale nella Comunità Maria Madre Immacolata, continuando a celebrare e a confessare, senza mai rinunciare ad essere vicino alle persone. Oggi, mentre la Chiesa vive una stagione di presenze ridotte e di comunità fragili, la testimonianza di don Peppino Maffi ricorda una verità semplice ma luminosa: la fede si trasmette attraverso la propria vita e nel modo in cui la si conduce. In lui si comprende bene, direi, una splendida frase di san Francesco di Sales: «non parlare di Dio a chi non te lo chiede. Ma vivi in modo tale che gli venga il desiderio di chiedertelo». Don Peppino ha fatto entrambe le cose, ma la seconda racchiude il senso vero della sua vita di sacerdote.