
Sin dall’inizio delle Olimpiadi appena concluse mi sono chiesta se davvero abbia senso presentarle come una manifestazione che può unire i popoli o se non sia tutta una grande ipocrisia: mentre si svolgono i giochi, le guerre continuano e, all’interno delle stesse Olimpiadi, i Russi non possono gareggiare sotto la propria bandiera, gli Israeliani sono fischiati quando sfilano con la loro e l’ucraino Vladyslav Heraskevych viene squalificato perché vuole indossare un casco con le foto degli atleti ucraini morti in guerra. Un bambino di dodici anni vuole partecipare ad un evento con una bandiera dell’Europa, ma la sicurezza gliela ritira perché “è un simbolo politico”. Allora, non è solo una grande scenografia retorica quella che i ballerini disegnano nello stadio di San Siro formando la colomba della pace?
Si era proposto di sospendere i conflitti per tutta la durata dei giochi, come si faceva ad Atene. Ma che senso avrebbe avuto se alla fine si riprende a combattere come prima? Intendiamoci, la retorica ha una sua forza: la cerimonia inaugurale e la conclusiva hanno affascinato tutti e forse qualche seme l’hanno gettato nei cuori semplici. Ma solo gli ingenui possono pensare che abbiano suggerito qualcosa ai potenti. Togliendo gli aspetti sanguinari e crudeli di un tempo, le olimpiadi mi sembrano i circenses di oggi, un modo per tenerci incollati ai canali sportivi mentre la vita – e la morte – continuano esattamente come prima.
È per questi motivi che mi sono concentrata soprattutto sulle piccole storie, che poi tanto piccole non sono, e mi sono lasciata affascinare da alcuni gesti.
Francesca Lollobrigida, dopo la medaglia d’oro, va a prendere in braccio il suo bambino e con lui si presenta ai giornalisti. L’ho trovata un’immagine tenerissima. I commenti cattivi che sono comparsi sui social dimostrano quanto sia debole la speranza che le olimpiadi portino pace.
Federica Brignone vince due ori meno di un anno dopo un grave infortunio. Coraggio, determinazione, costanza, sopportazione del dolore: si resta senza parole. Sarah Hector e Thea Louise Stjernesund, seconde classificate a pari merito nello slalom gigante, si inchinano di fronte a lei sulla linea del traguardo.
Regina Martinez, prima Messicana fondista, è un medico; di notte lavora al Pronto Soccorso e di giorno si allena. Arriva 108ª, ultima, dopo 11 minuti, nella 10 km di fondo. Ad attenderla trova le prime tre classificate, che le rendono omaggio e l’abbracciano. È felice.
Ilia Malinin: un supereroe coi pattini, elegante, leggero, una libellula sul ghiaccio. E poi, nella prova decisiva, sbaglia, cade, finisce ottavo. Al contrario di suo padre, che neppure lo guarda, avrei voluto abbracciarlo, potergli dire: va bene così, l’errore ti rende umano, hai perso la medaglia ma hai vinto la simpatia e l’affetto delle persone che ti hanno apprezzato. E infatti nella serata di gala il pubblico si alza in piedi ad applaudirlo.
Tanti episodi emozionanti e tanti atleti hanno messo in evidenza l’aspetto umano di questo evento, facendoci riflettere sul fatto che la medaglia non è l’essenziale, che ciò che definisce i grandi non è la vittoria, ma la strada percorsa per superare i propri limiti. Tomasoni, Moioli… mi piacerebbe ricordarli tutti, ma voglio soffermarmi su un momento particolare che, secondo me, mette le cose nella giusta prospettiva. Eileen Gu, l’atleta che ha vinto più medaglie nella storia del freestyle, è scoppiata in una fragorosa risata quando un giornalista le ha chiesto come si sentisse per aver “perso due ori”, lei che aveva conquistato “solo” due argenti. Con quella risata, prima ancora che con la risposta, ha saputo seppellire l’inconsistenza della domanda.