L’Unesco istituì nel 1999 per il 21 marzo la giornata mondiale della poesia. La si associava alla forza della rinascita simboleggiata dall’equinozio di primavera.
Non tutti erano d’accordo sulla data perché nell’altro emisfero la celebrazione sarebbe coincisa con l’autunno. Alcuni avrebbero preferito il 15 ottobre, dies natalis di Virgilio. Tutti si riconoscevano, però, nel valore universale della poesia. “L’osservanza del World Poetry Day è anche intesa”, come si legge in una delle tante dichiarazioni, “a incoraggiare il ritorno alla tradizione orale dei recital di poesia, a promuovere l’insegnamento della poesia, a ristabilire un dialogo tra la poesia e le altre arti come il teatro, la danza, la musica e la pittura, e sostenere piccoli editori e creare un’immagine attraente della poesia nei media, in modo che l’arte della poesia non sia più considerata una forma d’arte obsoleta, ma che consenta alla società nel suo complesso di riguadagnare e affermare la propria identità.”
Parole sacrosante ed è anche apprezzabile il fatto che ultimamente si parla di marzo come mese della poesia. Melius abundare quam deficere… anche se si sa che di buone intenzioni sono piene le fosse. Meglio sarebbe dare sempre più senso a quella domanda alla quale rispose Montale ricevendo il premio Nobel. Che cosa è la poesia? Mai come in questa primavera pesante e inquietante abbiamo bisogno di nuove risposte. Ne troviamo una possibile in un’immagine. Osip Mandel’štam, poeta russo, nato a Varsavia e condannato al duro isolamento in Siberia, viene ricordato da Paul Celan mentre lì, seduto vicino ad un immondezzaio, legge Petrarca. Un intenso atto di resilienza, se vogliamo usare una parola ormai abusata. Per il poeta, grande conoscitore anche di Dante, era un coraggioso atto di amore. Linfa vitale in un luogo desolato. Non certo “versiculi” consolatori e sentimentali ma scavo potente nella profondità della parola. Sguardo che sa vedere oltre la realtà.
E allora tornano in mente versi di altri poeti che plasmano l’orrore della guerra e la disumanizzazione che genera. Pensiamo alla tagliente poesia che Wilfred Owen scrisse nel 1918, intitolata Insensibilità. Ma gli ottusi che nessun cannone stordisce saranno condannati ad essere pietre. Sono abietti e meschini della pochezza che non fu mai ingenuità. Non ci sono più i cannoni della prima guerra mondiale ma tutto il resto parla anche del nostro tempo. Parole secche, meditate che ci scuotono più di mille discorsi. Anche questa è la forza della parola poetica.
Forse mai come in questa primavera, quasi con riconoscenza, si dovrebbe rileggere una poesia del 1967 di Dario Fo, di cui quest’anno ricorre – per la precisazione il 24 marzo- il centenario della nascita.
La guerra, vedrai, tornerà, non temere,
la guerra che sempre ci fa palpitare,
che ci fa ancora gli amici trovare,
non temere, vedrai, tornerà
e ci stringerà tutti in una passione,
che pace tremenda la guerra ci dà!
Gran poesia ha la guerra.
Ci dà lo spettacolo di donne smorte
che piangono mute al nostro partire,
di donne che piangono al nostro morire:
questa gioia la guerra ci dà.
Quante braccia tese per chi è ritornato,
per chi la sua pelle a casa ha portato.
Gran poesia ha la guerra.
E i canti, le grida, la gente squartata,
le madri vestite di nero,
le pallide spose dell’uomo spogliate
che piangono nei cimiteri.
Medaglie, fanfare e canti di gloria
e ceppi e lapidi alla memoria,
orfani attoniti e belle parole:
tutto questo la guerra ci dà.
E i canti, le grida, la gente squartata,
le madri vestite di nero,
le pallide spose dell’uomo spogliate
che piangono nei cimiteri.
Mai come in questa primavera vorremmo cambiare il titolo amaramente ironico: non Gran poesia ha la guerra ma Gran poesia ha la vita.