
Che succede ad un parterre de rois, insomma, ad un un’adunata di reali, quando poi i reali nonsi fanno vedere? Gli Stati Generali della Salute sotto questo aspetto sono stati emblematici. Premettiamo: ottima l’idea e la realizzazione promosse dal Consigliere Regionale (presidente della Commissione Welfare) Emanuele Monti, coadiuvato nell’impegno come direttore Scientifico da Carlo Nicora, direttore sanitario della Fondazione Molina (e fino a pochi mesi fa direttore dell’Istituto dei Tumori a Milano). Sono stati tre giorni completi (dal 19 al 21 marzo) alle Ville Ponti per discutere del futuro del sistema sanitario e dare, attraverso il “Villaggio della Salute” e i suoi stand, degli spunti concreti. Anche perché ci sono tante eccellenze, pure da noi, ed è bene che siano valorizzate.
Anche il programma dei relatori era… da capogiro. Erano previsti ben 5 ministri: Giorgetti (Economia e Finanza), Schillaci (Sanità), D’Urso (Made in Italy), Locatelli (Disabilità), Calderoli (Affari Regionali, ma si è visto in sala solo il “varesotto” Giorgetti. Dovevano esserci i presidenti di sei Regioni: Fontana (Lombardia), Fedriga (Venezia Giulia), Fico (Campania), Cirio (Piemonte), Giani (Toscana), Decaro (Puglia, sostituito dall’assessore Pentassuglia): sono venuti a Villa Ponti solo Fontana e Fedriga. Degli altri (compresi il bergamasco Calderoli e la comasca Locatelli), alcuni si sono visti in video. Non solo non hanno potuto portare il loro contributo di persona, ma non hanno potuto ascoltare i contenuti dei lavori.

Chiaro: non si poteva scegliere data peggiore, visto che una congiunzione astrale sembrava remare contro. C’era il referendum, era deceduto nelle stesse ore, proprio nel nosocomio varesino, Umberto Bossi, parte dell’establishment varesino era mobilitato venerdì per l’apertura del centro Anziani (a proposito del tema terza età ha parlato tra gli altri Monsignor Vincenzo Paglia, che ha sino allo scorso anno presieduto la Pontificia Accademia per la Vita). Ma forse certe previsioni erano sovradimensionate. Il marketing è anche quello.
In definitiva, un appuntamento che ha ben funzionato per amministratori e tecnici, grazie anche al contributo della locale Asst, ma che non sembra spezzare una lancia per le ambizioni di Varese centro congressuale. Perché? Siamo probabilmente troppo periferici per essere un centro attrattivo, a prescindere dalla bellezza del contesto, esaltate in questi primi giorni primaverili di bel tempo, e dalla presenza o meno di una struttura ricettiva adeguata, che pretenderebbe peraltro un utilizzo destagionalizzato.

In questo contesto di presenze virtuali o effettive (il parco di Villa Ponti era affollato come non si ricorda da decenni), vanno segnalati comunque gli interventi dei governatori Fontana e Fedriga. Questi ultimi hanno tra l’altro voluto da una parte valorizzare il ruolo del partenariato pubblico-privato e quindi del privato convenzionato, ”a condizione che non si concentri solo sulle prestazioni più remunerative”.
Decisamente incisivo è stato Fedriga: il presidente della regione FVG, ha sostenuto la necessitò di mantenere presidi ospedalieri di sufficiente dimensione. Senza una massa critica, ha detto, si rischia di avere strutture non solo poco sostenibili, ma anche pericolose, con frequenze troppo basse per prestazioni altamente specialistiche. E anche le nuove tecnologie, AI compresa, ha aggiunto, fanno parte di questa capacità specialistica che può anche ricadere sul territorio, per esempio presso i medici di base.
Interpellato da RMFonline, Fedriga ha anche aperto una finestra di notevole importanza per uno dei temi cardine della sanità varesina: la possibilità di offrire retribuzioni che attraggano il personale altrimenti sensibile agli stipendi d’oltre-confine.
“Siamo una regione da 1,2 milioni d’abitanti, il che ci obbliga a specializzare le strutture e metterci in rete con altre regioni vicine” (in pratica: il Veneto, Ndr.) “con buona pace di chi vorrebbe sempre l’ospedale sotto casa, perché la specializzazione non la distanza dovrebbero essere il criterio d scelta”.
Fedriga, ha anche precisato come il Friuli-Venezia Giulia goda di una relativa indipendenza amministrativa sul fonte della sanità “non partecipando, da Regione autonoma, al Fondo Sanitario Nazionale”. Ma tale indipendenza si ripercuote anche sulla definizione delle politiche salariali? Un attimo di esitazione e la risposta è stata “Ni, possiamo in effetti contare su una parziale libertà di manovra, che anche la Corte Costituzionale ci ha riconosciuto. Abbiamo deciso di operare con meccanismi premiali che sono piuttosto significativi e possono arrivare anche al migliaio di euro al mese”. Potrebbe essere un’idea almeno per le zone di confine dalle nostre parti?