Attualità

AZZURRO PER SEMPRE

LUISA NEGRI - 27/06/2025

Non c’è inizio d’estate che non mi ritorni in mente Azzurro. La calura dei giorni, la dimensione umana della lontananza e della solitudine, in città o dalla città, sotto la cupola di un cielo mediterraneo, ripropone un mantra incancellabile per generazioni che in quegli anni erano a cavallo della giovinezza. Le semplici ma iconiche parole del testo di Pallavicini, il ritmo imposto dalle note di un giovane avvocato pianista, Paolo Conte- quella vernice di malinconia adolescenziale che si ripete in ogni gioventù, colorata e lacrimante come in un quadro di Schifano- hanno scritto per sempre e per tutti, in note, immagini e contrasti, cosa è l’estate. E se in quegli anni ne avevi diciotto, poco meno o poco più, che male può fare oggi a ogni inizio d’estate guardarti indietro, rispecchiandoti con malinconia nell’azzurro abbagliante cantato da Adriano Celentano?

Nessun male. Se in quelle parole e in quegli sbuffi geniali di musica ti sei fermato per sempre, sotto un cielo d’estate grande più del mondo. Dove si incrociavano e rincorrevano le noie moraviane o di Sartre -anche per chi non sapeva- o i deliri saggi di un pagliaccio felliniano col volto di Giulietta o gli sguardi lunghi di un altro regista: decadente e attento alle predizioni divinatorie di un mondo in via di estinzione, ormai superato, come sempre succede di generazione in generazione.

Quel cielo d’estate è ancora qui. Rimane in chi lo ha saputo vedere, ascoltandolo, come la madre del musicista che pianse appena lo sentì eseguire. E capì che avrebbe emozionato tutti, facendolo suo da subito. Il figlio confesserà dopo anni, in una intervista, di aver infilato nella bara di lei il testo che tanto lei aveva amato.

Azzurro per sempre. E per tutti. Nonostante i malanni, le delusioni, le grandi tragedie del mondo. Nonostante le bombe, altre bombe dell’oggi in Iran e Israele, dopo quelle a grappolo del Vietnam o quelle simili scaricate in Ucraina o a Gaza su ospedali pediatrici e scuole. Nonostante le colpe di chi ha fatto piangere – e morire una volta di più – i piccoli innocenti con le loro madri.

Quel malinconico motivo, quasi una marcetta dove, come ha raccontato Conte, si ritrovarono un po’ tutti gli italiani e non solo, in Austria ne andavano pazzi allora – schizza ancora in alto: nella minimalista visione di un cortile o di un oratorio sguarniti di umanità e di preti, di un treno da prendere per trovare chi cerchi. O di un aeroplano che se ne va, fischiando sopra i tetti.