
Sarà una villeggiatura angosciata, senza quiete, piena di ansia e di motivi di preoccupazione. Leone XIV, sulle orme di Ratzinger e di papa Woytjla che amavano il luogo e lo frequentavano d’estate, riprenderà l’usanza di trascorrere un periodo di villeggiatura a Castel Gandolfo. Il comunicato diffuso dalla sala stampa precisa che il pontefice alloggerà nella villa Barberini dal 6 al 30 luglio e vi tornerà per Ferragosto, dal 15 al 17 del mese più caldo dell’anno. In quali condizioni di spirito è facile immaginare. Le guerre che insanguinano il mondo e il rischio di una catastrofica escalation contro la quale il successore di papa Francesco continua a mettere in guardia, tormenteranno i suoi giorni.
La popolazione, il sindaco e il vescovo di Castel Gandolfo hanno accolto con gioia l’annuncio, ampiamente previsto. A fine maggio, quando la situazione internazionale era meno drammatica, il pontefice aveva visitato la residenza soffermandosi nel palazzo apostolico trasformato in parte in polo museale con il “borgo ecologico” ispirato all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, aveva passeggiato nei Giardini del Belvedere e sostato al Criptoportico con i resti della sala delle udienze dell’imperatore Diocleziano. Quasi un sopralluogo in vista delle ferie. Nel solco di una tradizione plurisecolare. Correva il 1626 quando Urbano VIII, Maffeo Barberini, igienista e bon-vivant, fece di Castel Gandolfo la residenza estiva dei vescovi di Roma. Stimava “l’aere più salubre di quella di Frascati” e voleva che i papi avessero comodità di villeggiare nei propri palazzi, non parendogli conveniente di valersi delle case altrui.
Lo indispettiva che i pontefici cercassero refrigerio nella stagione calda chiedendo ospitalità sui colli intorno a Roma o tra i boschi dei monti Cimini. Alla ricerca di frescura, i predecessori si erano spinti a Rieti, a Segni, a Orvieto o si erano allontanati di pochi chilometri dal palazzo apostolico salendo al Quirinale, costruito sul terreno della vecchia vigna appartenuta al cardinale Oliviero Carafa. Oppure avevano villeggiato alla Magliana “dove l’afa non soffoca meno che in Vaticano” e trovato accoglienza nelle ville dei nobili sparse tra Ariccia, Albano e Marino.
Prima di Leone XIV, l’ultima visita di un papa regnante risale a dodici anni fa, al 14 luglio 2013, quando Francesco vi tenne l’Angelus. Pochi mesi prima, il 23 marzo 2013, Bergoglio era andato a trovare Benedetto XVI che aveva da poco rinunciato al ministero petrino (il 28 febbraio 2013). In precedenza, lo stesso Ratzinger vi aveva trascorso un pezzo d’estate nel 2019. Poi più nulla. In dodici anni il successore argentino non vi ha mai dormito una sola notte. Preferiva restare in Vaticano a leggere, ad ascoltare musica e a pregare: “Questo è vero riposo”, confessava a chi gli era vicino. Nello storico palazzo Barberini che si affaccia sul lago Albano, Robert Francis Prevost celebrerà messa, presiederà l’Angelus e protetto dalle mura della tenuta potrà nuotare nella piscina fatta costruire da Giovanni Paolo II e giocare a tennis nel campo del borgo ecologico fatto costruire da papa Francesco. Ammesso che ne abbia il tempo e la voglia.
Se Leone XIV porterà inevitabilmente con sé a Castel Gandolfo il pensiero degli scenari bellici, non meno tragica era la situazione internazionale ai tempi delle villeggiature di Urbano VIII, con l’Europa squassata dalla guerra dei Trent’Anni e molti Paesi ridotti alla fame. Urbano VIII cercò di destreggiarsi tra gli spagnoli da un lato, che esigevano la scomunica di Luigi XIII e il cardinale Richelieu dall’altro, che agitava la minaccia di uno scisma gallicano. Maffeo Barberini veniva da una ricca famiglia mercantile originaria di Barberino Val di Pesa tra Firenze e Siena. Un papa colto, amante del bello e attratto dall’arte. Indossò la tiara a 55 anni e uscì dal conclave febbricitante, miracolosamente sopravvissuto alla malaria che aveva colpito il sacro collegio uccidendo cinque cardinali e numerosi conclavisti.
Il popolo gli affibbiò il nomignolo di “papa gabella” per la facilità di imporre nuove tasse. Quando morì, il 29 luglio 1644, se ne contavano oltre sessanta e Pasquino irriverentemente verseggiava: “Urbano ottavo dalla barba bella, finito il giubileo, impose la gabella”. In realtà Maffeo non si chiamava Barberini ma Tafani, come i fastidiosi insetti che d’estate si appiccicano alla pelle e pungono. Un cognome che non si addiceva alla massima carica ecclesiastica, così la famiglia lo cambiò mettendo nello stemma, al posto dei tafani, le più laboriose e simpatiche api. Urbano diede a Roma un’impronta barocca chiamando Bernini a realizzare l’imponente colonnato di S. Pietro e il baldacchino sulla tomba dell’apostolo utilizzando gli antichi bronzi del Pantheon. Nonostante la guerra, nonostante tutto.